A maggio mutui al minimo storico

Nel mese di maggio il tasso medio di interesse sui mutui è risultato pari all’1,33%. Un minimo storico, secondo l’Abi, che nel suo bollettino mensile ricorda come a fine 2007 i tassi erano al 5,72%. Sempre a maggio, rileva ancora l’Abi, il tasso medio sul totale dei prestiti è stato pari al 2,40%, mentre a fine 2007, prima della crisi, era al 6,18%. Il margine (spread) fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie “permane in Italia su livelli particolarmente infimi”, ricorda l’Associazione bancaria italiana. A maggio risultava infatti a 185 punti base (187 punti base nel mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

Scende anche il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria

In Italia il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria da clientela (somma di depositi, obbligazioni e pronti contro termine in euro a famiglie e società non finanziarie) a maggio è stato pari allo 0,55% (0,56% nel mese precedente). Questo per effetto del tasso praticato sui depositi (conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito) dello 0,36% (0,36% anche nel mese precedente), del tasso sui PCT, che si colloca a 0,57% (1,25% il mese precedente), e del rendimento delle obbligazioni in essere, 2,02% (2,13% ad aprile 2020). riporta Adnkronos.

Prestiti, +1,5% rispetto al 2019

A maggio 2020 inoltre i prestiti a famiglie e imprese ammontano a 1.286 miliardi di euro e sono aumentati dell’1,5% rispetto a un anno fa. E sulla base di prime stime il totale prestiti a residenti in Italia (settore privato più Amministrazioni pubbliche al netto dei PCT con controparti centrali) a maggio si colloca a 1.691 miliardi di euro, segnando una variazione annua, al netto delle variazioni delle consistenze non connesse con transazioni (ad esempio, variazioni dovute a fluttuazioni del cambio, ad aggiustamenti di valore o a riclassificazioni), pari a +1,2%, come ad aprile.

Depositi, oltre 115 miliardi di euro in più rispetto a un anno prima

A fine 2007, prima dell’inizio della crisi, tali prestiti ammontavano a 1.673 miliardi, segnando da allora a oggi un aumento in valore assoluto di circa 18 miliardi di euro. In Italia i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati, a maggio, di oltre 115 miliardi di euro rispetto a un anno prima (variazione pari a +7,6% su base annuale), mentre la raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, è scesa, negli ultimi 12 mesi, di circa 10 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -4,2%).


Italiani, lockdown e Fase 2: tra timori e voglia di ripartire

Gli italiani sono stati “bravi” durante il lockdown: hanno in grandissima parte rispettato le regole e fatto i conti con i leciti timori, come ad esempio l’insicurezza legata al prendere i mezzi pubblici. Ora, con la riapertura di gran parte dei luoghi e delle attività, i nostri connazionali si sentono più rassicurati e pronti a ripartire. Ovvio però che l’esperienza vissuta abbia un impatto, anche importante, sulle abitudini e la percezione di cosa sia sicuro o meno. L’identikit degli italiani è stato disegnato dall’ultima indagine condotta in Italia da BVA Doxa relativamente agli impatti del virus Covid-19 sulla popolazione. La ricerca – condotta su un campione rappresentativo di più di 1000 italiani – ha dedicato, tra le varie tematiche, un focus particolare alle attività e ai timori degli italiani pochi giorni prima dell’inizio della “fase 2” (periodo antecedente al 4 maggio 2020) e nel periodo immediatamente successivo (tra il 4 e il 10 maggio).

Prima in casa, adesso si ritorna a uscire

Anche con l’allentamento delle misure restrittive introdotte con la Fase 1 del lockdown, si esce ancora poco di casa. Tuttavia sono gradualmente riprese le attività “non essenziali”: se prima della fase 2 solo il 13% delle persone usciva a passeggiare o a giocare con i bambini, nel periodo tra il 4 e il 10 maggio lo ha fatto il 29%. Ma, oltre a questo, sono numerose le attività che hanno visto una forte ripresa: le attività sportive all’aperto, praticate prima dall’11% e poi dal 28% dei rispondenti, uscire per prendersi cura di un parente o di un amico, dal 15% al 25%, e incontrare persone all’esterno, dall’8% al 21%. La stragrande maggioranza degli italiani, l’83%, continua a uscire principalmente per comprare beni essenziali (spesa o farmaci), percentuale rimasta sostanzialmente invariata rispetto alla Fase 1 (81%).

Meglio l’auto per gli spostamenti

L’auto, insieme alla bicicletta e al monopattino, si conferma anche nella fase 2 il mezzo considerato più sicuro per spostarsi. I mezzi pubblici sono invece ritenuti meno sicuri secondo la maggioranza degli italiani, anche se si rileva un miglioramento a seguito dell’allentamento del lockdown: la percezione di rischio per la metropolitana migliora di 20 punti (da 88% a 68%); autobus, tram e treni migliorano di più di 20 punti. In calo il timore di contrarre il virus anche usando il car sharing: da 55% a 35%. Ma va precisato che questi sono i primi dati post lockdown.

Cala la paura del contagio

L’allentamento delle misure restrittive e il lento miglioramento della curva dei contagi ha rassicurato molti italiani. Gli ospedali restano al primo posto dei luoghi a rischio con il 66% dei consensi (nella fase 1 erano l’87%), seguiti da palestre (60%), cinema e teatri (56% rispetto all’81% della fase 1), centri commerciali (47% rispetto al 75%), bar e ristoranti (44% rispetto a 72%), uffici di servizi pubblici (37% rispetto a 64%) e supermercati (32% rispetto a 59%). Anche i luoghi di lavoro – così come le farmacie, le banche e i parchi – vengono ritenuti sicuri.

Salute o economia?

Se durante il lockdown il 65% dei nostri connazionali era convinto che fosse più importante tutelare la salute collettiva anche a fronte di una crisi economica, con l’allenamento delle misure sale la percentuale (37%) di chi vorrebbe la cessazione delle restrizioni per ripartire davvero.


Post Covid, gli sviluppatori continueranno a operare da remoto

L’emergenza sanitaria che ha travolto l’Italia – e quasi tutti i paesi del mondo – ha avuto un effetto importante sul modo di lavorare di tantissime persone e altrettante aziende. Una gran parte delle imprese, che mai avevano attivato lo smart working, si sono trovate nella condizione di dover attuare piani di lavoro agile dall’oggi al domani. E, alla prova dei fatti, in molti casi si è scoperto che questa modalità può essere particolarmente vantaggiosa. Da svariate parti questa crisi planetaria è stata vista come un’opportunità per far capire alle aziende i concreti vantaggi dello smart working, come ad esempio l’aumento della produttività, l’incremento della fiducia all’interno dei team, la garanzia di un lavoro ininterrotto. Oggi, però, sorge spontanea la domanda: cosa resterà di tutto questo una volta passata la crisi? Si tornerà alla normalità, oppure il remote working resterà una prassi consolidata? Per alcune categorie di lavoratori, come gli sviluppatori informatici, probabilmente non ci sarà un ritorno al passato.

Per gli informatici potenziare il remote working è una priorità

A definire lo scenario del prossimo futuro è un’indagine condotta da Codemotion, che ha preso in esame oltre 2.000 sviluppatori tra developer d’azienda e liberi professionisti, in 30 Paesi diversi (con una larga fetta di intervistati provenienti da Italia, Germania e Spagna). Stando alla ricerca, l’85% degli sviluppatori sostiene che il potenziamento dei servizi di remote working sarà la priorità massima per i prossimi mesi. Di più: la medesima percentuale si augura che il remote working resti come un elemento basilare del lavoro del developer. “L’emergenza Covid-19 ha portato l’ambiente lavorativo ben oltre le pareti degli uffici, dando una poderosa spinta allo smart working” puntualizza spiega Carola Adami, co-founder e ceo della società di head hunting Adami&Associati. “Soprattutto nel caso delle aziende che hanno saputo utilizzare al meglio gli strumenti per il remote working, questa nuova modalità di lavoro diventerà fondamentale e irrinunciabile anche in futuro, quando la crisi sanitaria sarà alle nostre spalle”. Questo perché, “pur in un periodo delicato, sia i titolari d’azienda che i dipendenti stanno scoprendo i vantaggi del lavoro agile, e non può stupire che, tra i più entusiasti, ci siano proprio gli sviluppatori informatici”.

Lavorare da casa per una società di Berlino o di San Francisco

“La possibilità ormai comprovata di lavorare da remoto in modo efficace, e in certi casi in modo significativamente più produttivo” spiega l’head hunter “apre la porta a offerte di lavoro a livello internazionale, senza per questo dover pensare obbligatoriamente a un trasferimento. Uno sviluppatore talentuoso potrebbe infatti decidere di lavorare per uno dei più grandi poli tech del mondo, a San Francisco come a Berlino, senza considerare un trasloco: le nuove tecnologie e le norme sempre più accomodanti sul fronte dello smart working permettono di pensare al futuro del lavoro in questi termini”.


Liquidità alle Pmi, c’è una task force dedicata per il Cura Italia

Obiettivo immediato è quello di “assicurare l’efficiente e rapido utilizzo delle misure di supporto alla liquidità adottate dal Governo con il Decreto Legge 18/2020”, il cosiddetto Cura Italia. Con questi presupposti nasce la task force costituita dal ministero dell’Economia e delle Finanze, dalla Banca d’Italia, dall’Associazione Bancaria Italiana e dal Mediocredito Centrale (MCC). Il provvedimento prevede una moratoria fino al 30 settembre per i prestiti per le micro imprese, le Pmi, i professionisti e le ditte individuali, mentre l’operatività del Fondo di garanzia per le Pmi, gestito da Mcc, è stata potenziata e ampliata, aumentandone le risorse e l’ambito di intervento e rendendo più veloci e semplici le procedure per l’ottenimento della garanzia. “La task force” riporta la nota che presenta l’iniziativa “opererà per mettere le banche e i soggetti interessati a conoscenza delle nuove procedure, e per agevolarne l’utilizzo. Proseguirà il lavoro di coordinamento e scambio di informazioni già positivamente avviato tra le parti in questi giorni, anche al fine di individuare le soluzioni più appropriate rispetto a eventuali problemi applicativi e facilitarne la divulgazione, contribuendo all’aggiornamento e all’alimentazione della sezione dedicata a ‘Domande e Risposte’ nel sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze. La task force, che avvierà la propria operatività dall’inizio della prossima settimana (dal 30 marzo ndr), coordinerà la raccolta e la diffusione dei dati sugli strumenti previsti dalla normativa”.

Il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese

In particolare, la garanzia del Fondo è all’80% dell’importo (e al 90% in caso di riassicurazione di confidi) per tutti i prestiti fino a 1,5 milioni, ferma restando la possibilità di coprire all’80% anche i prestiti fino a 2,5 milioni quando siano rispettate alcune condizioni, fra cui l’imprenditoria femminile, per i prestiti nel Mezzogiorno e per i finanziamenti per investimenti, nonché per tutti i prestiti fino a 5 milioni che rientrino negli ambiti di attività coperti anche dalle sezioni speciali del Fondo stesso.

Liquidità immediata per le persone fisiche

Il nuovo intervento sul Fondo attivato a seguito del decreto Cura Italia prevede anche l’avvio di una linea per la liquidità immediata (fino a 3.000 euro) per gli imprenditori persone fisiche (le partite IVA, anche se non iscritti al registro delle imprese) con accesso senza bisogno di alcuna valutazione da parte del Fondo, che si affianca alle garanzie all’80% già attive sul micro-credito e sui finanziamenti fino a 25.000 euro (cosiddetto importo ridotto).


Per “leggere” le emozioni non basta guardare il volto

Lo afferma uno studio della Ohio State University. Per “leggere” le emozioni non basta guardare il volto. Il volto non è l’unico specchio delle emozioni, come generalmente si è abituati a pensare. Le espressioni facciali non raccontano tutto ciò che stiamo provando. A evidenziarlo è proprio una ricerca guidata dalla Ohio State University, presentata al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. I ricercatori hanno analizzato la cinetica del movimento muscolare nel viso umano e confrontato i movimenti muscolari con le emozioni. E hanno scoperto che i tentativi di rilevare o definire le emozioni in base alle espressioni facciali erano quasi sempre sbagliati. Ma cosa bisogna osservare? E di cosa è necessario tenere conto?

Assumere diverse espressioni facciali in base al contesto e al background culturale

“Ognuno assume diverse espressioni facciali in base al contesto e al background culturale – ha commentato Aleix Martinez, uno degli autori della ricerca – è importante rendersi conto che non tutti quelli che sorridono sono felici. Non tutti quelli che sono felici sorridono. La maggior parte delle persone che non sorridono non sono necessariamente infelici”. A ciò si aggiunge il fatto che a volte si sorride o si assumono altre espressioni per l’obbligo delle norme sociali.

Le tecnologie per riconoscere i movimenti dei muscoli facciali non sono sufficienti

Questo non sarebbe intrinsecamente un problema, ma alcune aziende hanno iniziato a sviluppare alcune tecnologie per riconoscere i movimenti dei muscoli facciali e assegnare determinate emozioni o intenti a tali movimenti. Il gruppo di ricerca ha analizzato alcune di queste tecnologie, ma le ha trovate in gran parte carenti, riporta Ansa. Dopo aver esaminato i dati, il team di ricerca ha concluso che occorre molto di più per rilevare correttamente le emozioni.

Cercare indizi nel colore del viso, nella postura e nel contesto sociale

Ma su quali aspetti è necessario porre attenzione per interpretare correttamente le emozioni?  Ad esempio il colore del viso. Osservare la colorazione del volto, associandola alle espressioni facciali, può fornire alcuni indizi.

“Quando si provano delle emozioni – ha sottolineato Aleix Martinez – il cervello rilascia peptidi (principalmente ormoni) che cambiano il flusso sanguigno e la composizione del sangue, e poiché il viso è inondato di questi peptidi, cambia colore”.

Anche l’intero corpo umano offre però suggerimenti. Ad esempio attraverso la postura che si assume. Per non parlare del contesto, che gioca un ruolo fondamentale nell’espressione delle emozioni, insieme alle differenze culturali che incidono, e non poco, sul comportamento.


Google lancia Heritage on the Edge e “salva” i siti Unesco sul cloud

L’isola di Pasqua, la Città Vecchia di Edimburgo, Kilwa Kisiwani, in Tanzania, Chan Chan in Peru e la città-moschea di Bagerhat, in Bangladesh. Sono queste le cinque location scelte da Google per preservare in digitale i siti patrimonio dell’umanità minacciati dai cambiamenti climatici. Con il progetto Heritage on the Edge, Google Art & Culture rende infatti possibile accedere a oltre 50 mostre online volte a sensibilizzare il pubblico sugli effetti del riscaldamento globale sul patrimonio culturale. Il progetto si è svolto con il supporto di ICOMOS e CyArk, un’organizzazione che da una quindicina di anni è al lavoro per creare un archivio digitale dei tesori artistico/culturali a rischio nel mondo.

Droni e scanner 3D da Edimburgo all’Isola di Pasqua

Il progetto è stato realizzato con l’ausilio di droni e scanner 3D in collaborazione con esperti locali di ogni sito coinvolto. La raccolta dati delle cinque località storiche servirà anche per aiutare le comunità e gli studiosi locali a comprendere come preservarle. Grazie a spedizioni sul campo dotate delle più avanzate tecnologie, la città vecchia di Edimburgo, la città-moschea di Bagerhat in Bangladesh, Kilwa Kisiwani sulla costa Swahili in Tanzania, la città antica di Chan Chan in Perù e l’Isola di Pasqua ora offrono una prospettiva globale sul tema dei cambiamenti climatici e delle loro ripercussioni su monumenti, siti archeologici, e altre aree di interesse culturale, riporta Adnkronos.

Su Google Arts anche modelli in realtà aumentata

Sono anche disponibili i modelli in realtà aumentata della Moschea dalle Nove Cupole in Bangladesh e la fortezza di Ghereza (Tanzania), che ne consentono la visita virtuale. Grazie allo strumento Street view sarà infatti possibile effettuare tour a 360 gradi dei siti interessati, dove le immagini saranno arricchite da testi esplicativi. Per fruire il tutto basta andare sul sito di Google Arts ed entrare appunto in Heritage on the Edge. Dove chiunque può scaricare i dati rilevati da CyArk tramite la Google Cloud Platform.

Un supporto al lavoro di restauratori e ricercatori

Heritage on the Edge permette quindi di consultare una cinquantina di esposizioni online, che illustreranno l’impatto del clima sui monumenti.

Ma il progetto Heritage on the Edge non nasce solo con finalità documentarie. Nella mission di Google c’è anche il supporto al lavoro di restauratori e ricercatori alle prese con siti archeologici a rischio, che saranno aiutati dall’aver accesso a questa grande mole di dati.


I regali di Natale si comprano ancora in negozio, ma il web prende quota

Anche nel 2019 i regali di Natale sono stati acquistati prevalentemente nei negozi tradizionali, ma sono sempre più numerosi coloro che a dicembre 2019 li hanno ordinati sul web. E se il 45% dei consumatori utilizza siti di e-commerce specializzati, il 38,8% piattaforme come Amazon, Ebay e Zalando, e il 36% siti di e-commerce che hanno anche negozi fisici. Questi alcuni risultati della indagine sugli acquisti per i regali del Natale 2019 realizzata da Confcommercio-Imprese per l’Italia in collaborazione con Format Research. Secondo la quale risulta in aumento anche il fenomeno dello showrooming, ovvero cercare i prodotti nel negozio tradizionale per poi acquistarli online, o viceversa, cercare il prodotto online e successivamente acquistarlo nel negozio tradizionale (reverse showrooming).

Il 71,2% ha acquistato presso la grande distribuzione

Secondo l’indagine di Confcommercio, coloro che hanno scelto i negozi tradizionali per l’acquisto dei regali natalizi nel 71,2% dei casi hanno preferito la grande distribuzione e il 57% i piccoli esercizi commerciali. In diminuzione il dato sugli acquisti di Natale effettuati presso i punti di vendita della grande distribuzione organizzata, che ne 2018 era pari al 74,1% e nel 2017 al 75,7%, mentre è in linea con lo scorso anno l’utilizzo dei punti di vendita della distribuzione tradizionale (57,7% nel 2018). Leggermente in calo gli outlet e i mercatini, e in aumento i punti di vendita del tipo commercio equo e solidale, riporta Ansa.

Il 54,8% ha scelto Internet

Negli ultimi 10 anni però gli acquisti sul web sono passati dal 3,8% a quasi il 55%, percentuale che sale ulteriormente nel periodo delle campagne scontistiche di novembre come Black Friday e Cyber Monday. Tanto che è proprio il Web a crescere come canale preferenziale per l’acquisto dei regali di Natale: 54,8% nel 2019, contro il 50,8% del 2018, il 47,8% del 2017, il 44% del 2016 e il 39,6% del 2015. Il dato è confermato dalla quota, ancora maggiore, di coloro che anticipano l’acquisto nelle ultime due settimane di novembre approfittando della settimana degli sconti (60,7%). Tra i prodotti maggiormente acquistati sul web, oltre a carte regalo e buoni digitali (83,8%), ci sono abbonamenti a piattaforme di streaming (81,7%), biglietti per concerti (76,6%), e trattamenti di bellezza (59%).

Prezzi più convenienti e comodità trainano i regali fatti online

Le principali motivazioni che spingono i consumatori ad acquistare sul web sono i prezzi più convenienti (81,4%) e la comodità (74,2%). Forse per questo nel 2019 risulta in aumento anche la percentuale di coloro che cercano i prodotti nel negozio tradizionale per poi acquistarli online (showrooming), passata al 30,1% rispetto al 28% del 2018. Così come la percentuale dei consumatori che cercano il prodotto online e poi lo acquistano nel negozio tradizionale (reverse showrooming), salita al 34,8% rispetto al 31,1% del 2018.

Tra i prodotti maggiormente cercati, capi di abbigliamento, libri ed ebook, giocattoli, abbonamenti, biglietti e film, dvd e musica digitale.


Leggere libri in Italia, 1.564 editori e 40,6% di lettori. Anche di e-book

Con 75.758 titoli pubblicati, il 2018 conferma il trend in crescita della produzione editoriale italiana dell’anno precedente. Rispetto al 2017 si rileva un lieve aumento della produzione editoriale (+1,1% in totale, +1,2% per i grandi editori, +1,7% per i medi e -3,3% per i piccoli) in un mercato che punta sempre più sulla novità (61,7% di prime edizioni) e meno sulla longevità dei prodotti pubblicati (32,7% di ristampe e 5,6% di edizioni successive). Si tratta dei dati Istat sulla produzione di libri e la lettura di libri in Italia per l’anno 2018. E se sono 1.564 gli editori attivi censiti nel 2018, i grandi editori coprono il 79,4%) della produzione in termini di titoli, e il 90% della tiratura.

Gli editori investono nell’offerta in digitale

Sempre secondo l’Istat, nel 2018 il 51,1% ha pubblicato un numero massimo di 10 titoli all’anno (piccoli editori), e il 15,2% ha pubblicato più di 50 opere annue (grandi editori). L’editoria per adulti domina l’offerta (78,6%), le opere scolastiche sfiorano il 13% e quelle per ragazzi non raggiungono il 9%. Gli editori però investono sempre più nell’offerta di titoli in formato e-book: la percentuale di opere pubblicate disponibili anche in versione digitale in due anni è passata dal 35,8% (circa 22mila titoli nel 2016) a quasi il 40% (più di 30mila titoli nel 2018).

Aumenta il prezzo medio dei libri, e i lettori restano stabili

I prezzi di copertina dei prodotti editoriali registrano nel 2018 un lieve aumento rispetto al 2017. Il costo medio di un libro passa da 19,65 a 20,04 euro. Ma nel 2018 rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente il numero di lettori di libri. A partire dall’anno 2000, quando la quota di lettori era al 38,6%, l’andamento è stato crescente fino a toccare il massimo nel 2010 (46,8%) per poi diminuire di nuovo fino a tornare, nel 2016, al livello del 2001 (40,6%), stabile fino al 2018. Nel 2018 la quota più alta di lettori continua a essere quella dei giovani tra i 15 e i 17 anni (54,5%), in crescita rispetto al 47,1% del 2016.

Il 60% delle ragazze tra 11 e 19 anni legge almeno un libro all’anno

Tra uomini e donne c’è un divario rilevante. Nel 2018 la percentuale delle lettrici è del 46,2% e quella dei lettori del 34,7%. Nel 2018 si osserva tuttavia un aumento significativo di 4,2 punti percentuali tra i maschi da 25 a 34 anni.

In assoluto, il pubblico più affezionato alla lettura è rappresentato dalle ragazze tra gli 11 e i 19 anni (oltre il 60% ha letto almeno un libro nell’anno). La quota di lettrici scende sotto il 50% dopo i 55 anni, mentre per i maschi è sempre inferiore al 50% in tutte le classi di età.


Nel 2035 1000 miliardi di oggetti smart saranno connessi. Allarme nel mondo IoT

Nel 2020 saranno 40 miliardi gli oggetti smart connessi in tutto il mondo, tra pentole, bollitori, frigoriferi, termostati o anche peluche. E nel 2035 saliranno addirittura a 1.000 miliardi. Un esercito sterminato di oggetti connessi che rappresenta un bersaglio più che facile per gli hacker.

Gli esperti in cybersecurity lanciano l’allarme nel mondo IoT, consigliando di alzare il livello di attenzione sulla sicurezza informatica e sull’uso sfrenato dell’Internet of Things. Lo spiega all’Adnkronos Gianluca Varisco, negli anni passati tra gli uomini di punta del Team per la Trasformazione Digitale di Palazzo Chigi, nonché guru della cybersecurity e CISO di Arduino, il progetto open source hardware e software.

Superata “la linea dell’insanità mentale dell’Internet of Things”

Secondo Gianluca Varisco, “Non c’è sicurezza nella filiera dell’Internet of Things. Stiamo affogando nella tecnologia e non ci rendiamo conto di quanti attacchi subiamo, semplicemente perché pensiamo di non rientrare nel target degli hacker. Ma non è così”, afferma l’esperto di cybersecurity. Insomma, secondo Varisco “la linea dell’insanità mentale dell’IoT” è stata ormai superata.

Il bollitore potrebbe diventare veicolo di intrusioni informatiche

Durante la prima giornata di Code4Future al Talent Garden Ostiense di Roma, Gianluca Varisco ha citato poi qualche esempio di gravi attacchi già compiuti nel mondo dell’IoT. In particolare, Varisco ha raccontato di come gli hacker abbiano violato la banca dati di un casinò di Las Vegas riuscendo a entrare negli impenetrabili caveu “semplicemente passando attraverso un innocuo termostato in azione nell’acquario dei pesci tropicali”. Insomma, “Tutti abbiamo oggetti connessi, ma nessuno pensa che un bollitore Smart possa essere un veicolo di intrusioni informatiche”, spiega ancora l’esperto. E lo scenario non è affatto quello di una fiction, riporta Adnkronos, ma è la realtà.

“È difficilissimo capire se si è stati attaccati su un oggetto connesso”.

D’altronde, non si può più tornare indietro. Il futuro è l’interconnessione, e le nostre case saranno sempre più dominate dai dispositivi della domotica. La soglia di attenzione deve essere alzata sempre più, perché, come  avverte Varisco, il problema è che purtroppo “è difficilissimo capire di essere stati attaccati su un oggetto connesso”. E gli scenari descritti dall’esperto non possono più essere ignorati.

“Ormai mettiamo sensori anche nei pannolini per essere avvertiti quando dobbiamo cambiare il bebè e nelle pentole per cucinare”, puntualizza ancora Varisco. E tutto questo non riguarda un futuro più o meno vicino, ma è già sul mercato.


Se è open il lavoro è più produttivo

Un ambiente di lavoro “open” permette di condividere informazioni e idee con i colleghi più liberamente. È un ambiente in cui è più facile dare il proprio contributo in merito alle decisioni, poiché favorisce i legami interpersonali tra i membri del team, permettendo di ottenere un feedback bidirezionale tra manager e dipendenti.

Un approccio di questo genere non sortisce effetti positivi solo sul benessere dei lavoratori, ma rende i gruppi di lavoro altamente produttivi. Lo confermano i risultati emersi dalla Open Work Survey, lo studio commissionato da Atlassian, la società che realizza soluzioni di team collaboration per aiutare i team aziendali a sviluppare tutto il loro potenziale.

Cosa rende un team di successo?

Cosa si intende per lavoro open? Si tratta di un metodo che mette al centro la condivisione di informazioni e idee, la connessione tra le persone e la possibilità di esprimere il proprio giudizio, riporta Adnkronos. Dai risultati della ricerca di Atlassian emerge che il 94% degli intervistati ritiene che il rispetto reciproco sia importante per il successo di una squadra, l’89% pensa che un processo decisionale trasparente migliori i risultati del team, il 69% è in grado di ammettere i propri errori, e il 57% dei team ad alto rendimento si sente libero di fornire un feedback sincero.

Contesto condiviso, feedback diretto, e accesso alle informazioni

Le tre pratiche fondamentali di un approccio aperto sono il contesto condiviso, il feedback diretto, e l’accesso alle informazioni. Le persone coinvolte in un progetto di cui non riescono a vedere il quadro generale tendono a sentirsi frustrate, portando a una diminuzione delle prestazioni. Tra i team di successo, invece, il 66% è consapevole dell’importanza del proprio ruolo ai fini dello sviluppo del business o a quelli del servizio al cliente.

Uno stile di lavoro aperto incoraggia poi feedback e input da parte di tutti i membri di un team, indipendentemente da ruolo e posizione. E i dati della ricerca confermano che il 57% dei team di successo si sente libero di dare un feedback sincero e diretto.

Serve un cambiamento culturale all’interno dell’azienda

Le risposte fornite dagli intervistati dimostrano la correlazione tra il benessere individuale e la quantità di informazioni in possesso nello svolgimento di un progetto. I team realmente aperti dovrebbero avere la capacità di condividere il know-how all’interno del gruppo e in tutta l’azienda, così da migliorare il lavoro di tutti. Più della metà dei gruppi di lavoro considerati di successo ritiene di avere facile accesso alle informazioni di cui ha bisogno. Il che li pone in una posizione di grande vantaggio rispetto agli altri. Esiste quindi un rapporto molto forte fra un approccio di lavoro open e il successo di un team. E nonostante questa metodologia di lavoro comporti un cambiamento culturale all’interno dell’azienda l’approccio open aiuta i gruppi di lavoro a migliorare il proprio benessere interno, trasformandoli, appunto, in team di successo.


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