Tutti gli articoli di Salvatore Gamba

A gennaio 2024 previste 508mila assunzioni

A delineare lo scenario relativo alle offerte di lavoro per il mese di gennaio è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.
Nel primo mese del 2024 sono più di 508mila i lavoratori ricercati dalle imprese, circa 1,4 milioni per il primo trimestre dell’anno.
Si tratta di oltre 4mila assunzioni in più rispetto a gennaio 2023 (+0,9%) e +69mila (+5,3%) in riferimento all’intero trimestre.

A guidare la domanda sono i servizi alle persone, che programmano 70mila assunzioni (+10,0% vs gennaio 2023), seguiti dal commercio (68mila, +13,7%).
Negativa, invece, la tendenza prevista delle imprese del turismo e dell’industria manifatturiera (rispettivamente -12,1% e -2,3% vs gennaio 2023). E sale al 49,2% la difficoltà di reperimento (+3,7%).

Più dipendenti per le Pmi

Sempre a gennaio l’industria ha in programma complessivamente 172mila assunzioni (-1,1%), di cui 121mila nelle industrie manifatturiere e nelle public utility, e 51mila nelle costruzioni (+1,8%).
I servizi prevedono di assumere in totale 336mila lavoratori (+2,0%).

In generale sono le piccole (10-49 dipendenti) e le medie imprese (50-249 dipendenti) a prevedere andamenti di crescita delle assunzioni (rispettivamente +3.300 e +3.800), ma è positiva anche la previsione delle grandi imprese (oltre 250 dipendenti), con +1.900 assunzioni.
Al contrario, le micro imprese (1-9 dipendenti) prevedono una flessione pari a circa -4.500 assunzioni rispetto allo stesso periodo del 2023.

Mismatch tra domanda e offerta quasi al 50%   

Quanto al mismatch tra domanda e offerta interessa il 49,2% (250mila) delle assunzioni, soprattutto a causa della mancanza di candidati (31,1%), e della preparazione inadeguata (14,3%).

Dal Borsino delle professioni sono difficili da reperire il 91,4% di farmacisti, biologi e altri specializzati nelle scienze della vita, seguiti da operai addetti a macchinari dell’industria tessile e delle confezioni (72,8%), fonditori, saldatori, montatori di carpenteria metallica (72,6%), addetti alle rifiniture delle costruzioni (71,8%), tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (70,6%).

Cercasi oltre 91mila lavoratori immigrati

I contratti a tempo determinato si confermano la forma maggiormente proposta, con circa 206mila unità (40,5% del totale), sebbene in calo rispetto a un anno fa (41,3%). In crescita invece i contratti a tempo indeterminato, che passano dai 122mila di gennaio 2023 agli attuali 129mila (+7mila, +5,7%). 

Con riferimento ai livelli di istruzione, il 19% delle ricerche di personale è rivolto a laureati (97mila), il 30% a diplomati (155mila) e il 32% a chi è in possesso di una qualifica/diploma professionale (163mila).
Inoltre, per oltre 91mila assunzioni (18,1%) le imprese pensano di rivolgersi a lavoratori immigrati, soprattutto nei settori servizi operativi (30,8%), logistica (29,1%), servizi di alloggio, ristorazione, turismo (24,4%), costruzioni (21,0%) e industrie alimentari, bevande e tabacco (20,6%).

Viaggi: il regalo aziendale preferito per Natale

Qual è il regalo di Natale preferito dai dipendenti per Natale? Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Tantosvago, i lavoratori italiani sembrano prediligere i viaggi come dono natalizio.
Questa tendenza è particolarmente evidente tra coloro che lavorano per aziende con un sistema di welfare che consente loro di utilizzare i benefici per acquistare cadeau per sé e per i propri familiari.

Nel 2023 focus sul welfare aziendale

Il 2023 è stato un anno che ha visto una crescente attenzione nei confronti del welfare aziendale. Un sondaggio condotto da Forbes advisor ha rivelato che il 40% dei datori di lavoro ritiene che i propri dipendenti sarebbero disposti a cambiare lavoro per ottenere maggiori vantaggi legati al welfare.
Questa crescente consapevolezza ha impatto anche sulle scelte relative ai regali di  Natale.

Regali sostenibili e consapevoli

Negli ultimi anni, le aziende si stanno orientando verso regali sostenibili e socialmente consapevoli. Un esempio è la pratica di piantare alberi per compensare le emissioni di carbonio.
I dipendenti, d’altra parte, privilegiano doni che aiutano a contrastare il costo della vita e che sono spesso legati al loro tempo libero.

Le preferenze dei dipendenti: viaggi, benessere e tempo libero

Tra i regali più graditi dai dipendenti, spiccano viaggi, biglietti, benessere, corsi di cucina e giorni di vacanza pagati dall’azienda.
Questi doni non solo rappresentano opportunità per il relax, ma diventano anche simboli tangibili del riconoscimento dell’azienda nei confronti dei propri collaboratori.

Il ruolo chiave del welfare aziendale

L’osservatorio Tantosvago ha raccolto dati significativi sulle preferenze dei dipendenti nell’ambito leisure, dimostrando che il welfare aziendale ha un impatto positivo sul modo in cui i lavoratori scelgono di utilizzare i crediti per il tempo libero.
In Italia, questa forma di benefit ha faticato ad affermarsi, ma recentemente ha registrato un deciso aumento.

La top 5 dei regali 

Secondo l’osservatorio, la top 5 dei regali preferiti per il tempo libero in vista del Natale comprende: viaggi (60%), gift card e buoni (18,5%), Gowelfare con i negozi di prossimità (3,65%), parchi (2,95%), e agenzie viaggio (1,41%).
In conclusione, il Natale 2023 si prospetta come un’occasione in cui i dipendenti italiani apprezzano particolarmente i regali legati al tempo libero. Un fenomeno che evidenzia l’importanza crescente del welfare aziendale nella soddisfazione dei lavoratori.

GenZ e Millennials spingono il credito al consumo nel Black Friday

Durante il weekend del Black Friday la richiesta di credito al consumo è cresciuta rispetto alla media del mese precedente, e le richieste di Buy now, pay later e di dilazioni di pagamento registrano gli incrementi maggiori.
A trainare la domanda, i più giovani, GenZ e Millennials.

È quanto emerge da uno studio CRIF: nel corso del fine settimana del Black Friday e Cyber Monday, dal 24 al 27 novembre scorsi, la domanda di credito al consumo è aumentata del +8% rispetto alla media di ot6obre 2023. L’analisi è stata effettuata sul patrimonio informativo di EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF.

Buy now, pay later: +74%

In particolare, CRIF registra complessivamente un +74% per quanto riguarda le richieste di Buy now, pay later (richieste di finanziamento effettuate e gestite tramite canali digitali) e +52% per le Dilazioni di pagamento, ovvero la formula di finanziamento che si effettua presso retailer convenzionati.
Quanto all’età del richiedente, l’analisi evidenzia come la crescita della domanda nel periodo Black Friday rispetto al periodo precedente ottobre-novembre sia guidata dai Gen Z, i nati dopo il 1996, e i Millennials, i nati dopo il 1981.

Infatti, “l’incidenza di queste generazioni più giovani è aumentata nel Black Friday rispetto alle settimane immediatamente precedenti, in particolare per quanto riguarda gli strumenti di credito innovativi, dove i nati dopo il 1981 sono quasi i due terzi dei richiedenti e segnano un +72% delle richieste di ‘Buy now, pay later’ e dilazioni di pagamento”, spiega Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

“Il cambiamento delle abitudini di pagamento influenza tutte le fasce di età”

“Va comunque segnalato che la penetrazione di queste forme più innovative di credito aumenta anche per le generazioni più anziane, i nati prima degli anni ’80, a conferma di un cambiamento delle abitudini di pagamento che influenza tutte le fasce di età”, aggiunge Capecchi.
Se si guarda al confronto tra il periodo del Black Friday di quest’anno rispetto al 2022 emerge complessivamente un aumento limitato della domanda di credito al consumo (+2%), trainato proprio dalle nuove forme di finanziamento. Le dilazioni di pagamento registrano infatti una impennata del +95%.

Calano i prestiti finalizzati: -17%

Per le forme di finanziamento più tradizionali, come i Prestiti Finalizzati, ma non per l’auto, si riscontra un considerevole calo: -17% rispetto al Black Friday 2022. I Prestiti Personali, al contrario, registrano una ripresa significativa: +32% rispetto al periodo precedente.
L’analisi CRIF ha anche indagato l’andamento della domanda di credito al consumo a livello di area geografica.

In questo caso, le richieste di credito nel periodo del Black Friday sono aumentate in particolare in Emilia-Romagna, Campania e Friuli–Venezia Giulia.

Tecnologie quantistiche: l’Italia muove i primi passi grazie al PNRR

Nel 2023 l’investimento privato nel Quantum Computing in Italia è inferiore a 6 milioni di euro, stanziati su risorse interne all’azienda, come personale dedicato, e all’esterno, in consulenza, tempo macchina e formazione. E al netto di alcuni casi, la maggior parte delle aziende stanzia budget residuali, tra 50.000 e 150.000 euro, senza una strategia di medio-lungo termine.

Grazie all’iniezione di fondi in ricerca e sviluppo derivanti dal PNRR, con oltre 140 milioni di euro stanziati su un orizzonte di 3 anni, e al crescente interesse da parte di alcune grandi aziende, l’Italia muove i primi passi verso la creazione di un ecosistema nazionale sul Quantum Computing.
Emerge dall’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano.

I fondi governativi trainano lo sviluppo

La tecnologia è in una fase prototipale in cui sono i fondi governativi a trainare lo sviluppo di ecosistemi competitivi. Tra gli investimenti pubblici italiani spiccano due iniziative, quella del Centro Nazionale HPC, Big Data e Quantum Computing (budget totale 320 milioni di euro) e il partenariato esteso NQSTI, National Quantum Science and Technology Institute (116 milioni di euro).

Nonostante si tratti di un importante punto di partenza, i fondi governativi sono ancora insufficienti. Il ritardo accumulato porta il Paese a detenere una filiera dell’offerta nazionale embrionale, con poche startup nazionali in uno scenario attualmente dominato da aziende internazionali e grandi società di consulenza.

Il percorso aziendale di Quantum Readiness

Nel 2023 il 24% delle grandi aziende italiane ha avviato i primi passi nel percorso di Quantum Readiness. L’11% solo a scopo informativo, attraverso iniziative di disseminazione e qualche relazione di ecosistema, un ulteriore 12% in modo più concreto, avviando anche una sperimentazione, e solo l’1% è definibile Quantum Pioneer, ovvero sta lavorando in modo organico con un commitment aziendale di lungo termine.

All’interno del 76% di aziende che non hanno ancora avviato un percorso di Quantum Readiness, un 7% di imprese detiene tutte le caratteristiche abilitanti per l’innovazione tecnologica, ma decide di avere un approccio attendista.
La restante parte è invece ancora in una fase di trasformazione organizzativa, che rende il Quantum Computing difficile da inserire tra le priorità di lavoro.

“Un ambito fondamentale da presidiare a livello sistemico”

“Grazie al PNRR, l’Italia ha mostrato segnali incoraggianti di attenzione verso la rivoluzione quantistica – afferma Paolo Cremonesi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Nonostante si sia partiti in ritardo rispetto ad altri Paesi europei e oltreoceano, questi investimenti ci permetteranno di fare passi da gigante nel tentativo di colmare il gap tecnologico.  Oggi quindi è più che mai importante garantire continuità a quanto avviato, strutturando una visione coordinata e strategica per il futuro del Paese in questo comparto: si tratta di un ambito fondamentale da presidiare a livello sistemico per non dipendere da altre nazioni con accesso diretto a queste tecnologie”.

Imprese italiane invecchiano, e in 10 anni un quarto di giovani in meno nei ruoli apicali

Tra il 2014 e il 2023, sul totale di chi ricopre una carica all’interno delle aziende italiane la presenza di over70, tra titolari, amministratori o soci, è aumentata di un quarto, mentre quella dei giovani tra 18-29 anni è diminuita più o meno nella stessa proporzione.
Emerge dalle elaborazioni di Unioncamere e InfoCamere: nelle due classi di età mediane, quella dei 30-49enni e dei 50-69enni, si incontrano invece la riduzione percentuale maggiore e l’aumento maggiore in valore assoluto.

In 10 anni i primi sono scesi del 28%, per oltre 1 milione e 100mila cariche in meno rispetto a 10 anni fa, e i secondi, con quasi 600mila cariche in più, evidenziano una variazione positiva del 15,3%.
Insomma, nell’Italia delle imprese sempre meno giovani occupano i centri decisionali. E se l’Italia sta invecchiando, anche l’impresa mostra una progressione verso la terza età. 

I più giovani puntano su agricoltura e tecnologia 

Il bilancio della presenza giovanile nell’impresa, in discesa di quasi 110mila unità in un decennio, è negativo in tutti i settori, a eccezione dell’Agricoltura, che segna un +12,8% per le cariche dei 18-29enni (oltre 4mila posizioni in più) e delle Attività professionali, scientifiche e tecniche (+27,7%, per 3.300 imprese in più).

In misura più modesta, le cariche occupate dai 18-29enni crescono anche nell’Istruzione (+6%, +100) e nelle Attività finanziarie e assicurative (+3,3%, +300).
Il crollo dei 30-49enni invece è deciso in tutti i settori. Nella manifattura si registra la variazione più negativa (-42,5%), nel Commercio, la riduzione maggiore in valori assoluti (-317mila cariche).

Ma la colpa non è solo della ‘demografia’

Gli over70, invece, che oggi occupano 268mila cariche in più dal 2014, così come gli over50 (quasi +600mila), aumentano in tutti i settori, con incrementi quasi sempre a due cifre.
I dati più elevati per gli over70 sono però quelli del Noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (over50 +50,6%, over70 quasi +70%), dell’Istruzione (+36,8%, +51,5%), e della Sanità (+40,2%, +72,4%).

Ma la colpa non è solo della ‘demografia’.
“Bisogna semplificare tutte le procedure che ancora oggi frenano il fare impresa in Italia, e che sono vissute come un fardello troppo pesante, soprattutto dai più giovani – commenta il Presidente di Unioncamere, Andrea Prete -: ben 7 imprese under35 su 10 vedono nella burocrazia l’ostacolo maggiore all’utilizzo delle risorse del PNRR”.

A livello territoriale il Sud conta le perdite maggiori

A livello territoriale, a eccezione del Trentino Alto Adige, dove i 18-29enni sono aumentati del 3,9%, è nelle regioni del Mezzogiorno, a partire da Molise, Abruzzo, Calabria e Sicilia, che si contano le perdite maggiori. 
Calabria, Sicilia e Abruzzo sono le regioni in cui, invece, la popolazione dell’impresa over70 cresce di più.
Calabria, Campania e Toscana, quelle in cui crescono i 50-69enni con ruoli apicali. 

Lavoro: gli studenti lo preferiscono manuale, le famiglie hanno piani diversi

Immaginando il proprio futuro dopo gli studi, a più di uno studente su tre (39%) non dispiacerebbe fare l’autoriparatore, l’elettricista, il tecnico manutentore o programmatore o l’addetto all’assemblaggio e alle macchine industriali. 
Chi ha detto, quindi, che i giovani non vogliono più fare lavori tecnici?
Il dato è ancora più significativo considerando che tali profili professionali sono proprio tra i più carenti e più richiesti dal mercato del lavoro.

Il problema è che spesso il desiderio dei ragazzi e delle ragazze non riceve adeguato supporto, e di fronte alle aspettative delle famiglie e alla direzione tracciata dalle attività di orientamento a scuola finisce ‘nel cassetto’.
È quanto emerge dalla ricerca di Gi Group Holding e Fondazione Gi Group, svolta in collaborazione con Skuola.net e La Fabbrica. 

I genitori puntano sull’università

Le facoltà universitarie sono di gran lunga la prima opzione per i genitori con figli che studiano al liceo e agli istituti tecnici, e la seconda per chi ha figli agli istituti professionali, subito dopo l’ingresso nel mercato del lavoro.

Oltre 7 genitori su 10 (72%) vorrebbero vedere il proprio figlio o figlia all’università.
A questa prima forma di pressione sociale si aggiungono le attività di orientamento a scuola: per 8 studenti su 10 (76%) sono anch’esse sbilanciate verso l’università, traducendosi in presentazioni di facoltà e corsi di laurea.
L’orientamento, poi, inizia troppo tardi. Solo uno studente su dieci (11%) lo comincia entro la terza superiore, il 33% non prima della quinta, e uno su quattro addirittura non lo fa (26%).

Its e Ifts questi sconosciuti

Non è un caso, allora, che solo uno studente su cinque (21%) conosca bene i percorsi Its e Ifts, in misura maggiore ragazzi (31% vs 17% ragazze). E se il 29% di studenti ne ha sentito solo parlare, per il restante 50% è buio totale.
Non va meglio con i docenti: negli istituti tecnici il 25% non conosce questi percorsi, percentuale che sale al 46% nei licei.

La situazione ancora peggiore per gli Ifts, pressoché sconosciuti al 57% dei docenti degli istituti tecnici e al 70% di quelli liceali.
Più in generale, è l’apprendistato di I livello a non aver fatto breccia. Il 58% dei docenti non ha informazioni su queste opportunità di inserimento lavorativo, dato che sale al 77% tra i genitori.

Le lacune dei programmi di orientamento

I programmi di orientamento sono in larga misura poco adeguati ad accompagnare gli studenti verso un percorso post-diploma, e poco attenti a supportarli nella costruzione consapevole di un percorso di vita.
Tra le lacune da migliorare, gli studenti vorrebbero più esperienze pratiche in grado di avvicinarli per davvero al mondo del lavoro, come stage e tirocini (31%), visite o incontri in realtà lavorative (23%).

Dai docenti e dai genitori arriva invece l’auspicio di ricevere maggiore formazione per affiancare i ragazzi. Un’esigenza particolarmente sentita dai docenti più giovani, della Generazione Z e Y, dove a desiderarla è addirittura il 61% dei professori.

Videogiochi: per gli italiani riducono stress, ansia e solitudine

Quasi 6 italiani su 10 ritengono che i videogiochi siano in grado di ridurre l’ansia, mentre poco meno della metà afferma che possono aiutare a combattere la solitudine. E per circa 7 italiani su 10 i videogame sono un valido strumento per combattere lo stress

È quanto emerge da un sondaggio dal titolo ‘The power of game’, condotto in Italia da IIDEA, che fa parte di Video Games Europe, su un campione di circa 13mila videogiocatori provenienti da 12 Paesi (Australia, Brasile, Canada, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Polonia, Spagna, Stati Uniti e Italia), di cui circa mille giocatori italiani.

Uno stimolo per la mente e la connessione tra le persone

Secondo i partecipanti a livello globale i videogiochi stimolano la mente (70%), favoriscono la connessione tra persone diverse (78%) e offrono esperienze accessibili a persone con abilità diverse (75%).

E secondo i partecipanti italiani, in particolare, i videogiochi hanno un effetto positivo sulla riduzione dello stress (69%), dell’ansia (58%) e della solitudine (45%).
Insomma, i videogiochi possono avere effetti positivi sulla salute mentale, riporta Ansa.

Un aiuto per affrontare le sfide di ogni giorno e sentirsi più felici

Dallo studio emerge, quindi, come i videogiochi possano fornire ai giocatori una serie di benefici sociali ed emotivi condivisi a livello globale.
Nello specifico, i videogiochi sono un efficace strumento per ridurre lo stress a tutti i livelli per le donne (54%) più che per gli uomini (47%), e soprattutto nella fascia di età 25-34 anni (55%).

In più, aiutano ad affrontare le sfide di ogni giorno (66%) e a sentirsi più felici (48%).
Talvolta sono anche terapeutici, dal momento che per 4 intervistati su 10 sono stati utili a superare momenti difficili.

Giocare in compagnia? Meglio online

I videogiochi, poi, rinforzano skills e attitudini. Migliorano la creatività (69%), aiutano a sviluppare le competenze cognitive (68%), agevolano il lavoro di squadra (63%), affinano le competenze linguistiche (63%) e, in generale, stimolano la flessibilità (59%).

Quanto alle ragioni che spingono gli italiani a videogiocare, riferisce ItaliaInforma, se per la maggior parte (65%) sono un modo per passare il tempo, divertirsi (63%) è un’ottima ragione per farlo, e 6 intervistati su 10 pensano che esista un videogioco adatto per tutti.
Rispetto alle abitudini di gioco il 71% del campione italiano valuta positivamente la propria esperienza di gioco online, che quando si sceglie di giocare in compagnia spesso viene preferito al gioco in presenza.

Come riconoscere un ambiente di lavoro tossico?

Un ambiente di lavoro è sano quando, libero dal pregiudizio, dai giudizi e aperto alla crescita personale e professionale, favorisce produttività, serenità e maggiore creatività dei dipendenti.

In pratica, lavorare in un ambiente sano soddisfa il concetto di sicurezza psicologica che tutti vogliamo appagare.
Al contrario, quando viene a mancare una sicurezza del genere, si parla di ambiente di lavoro tossico.
Come riconoscere un ambiente di lavoro tossico? Gli esperti di Jobiri hanno individuato 10 segnali che permettono di identificare un ambiente lavorativo malsano e dannoso per la salute fisica, e soprattutto mentale, dei dipendenti.

Dalla mancanza di supporto alla mancanza di fiducia

I 10 segnali a cui fare attenzione riguardano mancanza di supporto, eccessivo carico di lavoro, elevato turnover del personale, leadership inadeguata e inefficiente, mancanza di equità, mobbing e atteggiamenti negativi, scarse opportunità di crescita, mancanza di comunicazione, disturbi di insonnia e stress eccessivo, conflitto con l’etica e i valori personali, e mancanza di fiducia tra e verso i dipendenti.
La mancanza di fiducia tra e verso i dipendenti è un segnale evidente della presenza di un ambiente di lavoro tossico. Se c’è competizione, invidia, e in generale stati d’animo negativi, non ci potrà mai essere collaborazione, e quindi fiducia, nei confronti delle capacità e della professionalità degli altri.
Stesso discorso vale se anche il datore di lavoro non si fida dei suoi collaboratori.

Come affrontare un ambiente di lavoro negativo?

Per affrontare un ambiente di lavoro negativo è anzitutto necessario parlare con i colleghi e il datore di lavoro in modo aperto e rispettoso.
Comunicare, secondo Jobiri, significa essenzialmente tentare di correggere i comportamenti negativi che stanno generando questa situazione.
Provare a restare in un ambiente lavorativo tossico non significa, infatti, accettare passivamente atteggiamenti deleteri, ma tentare piuttosto, nel proprio piccolo, di mettere in atto una serie di azioni positive.

Ad esempio, disinnescare i pettegolezzi, comunicare sempre con i colleghi e far notare loro quando pronunciano parole offensive o poco corrette, ascoltare e dare loro conforto, discutere con il capo riguardo esigenze e obiettivi senza timore.
Se necessario, far presente alle risorse umane la mancanza di politiche inclusive all’interno dell’organizzazione.

Esplorare nuove opportunità

Se anche dopo aver messo in pratica gran parte delle azioni consigliate la situazione non cambia né migliora, l’unica opzione da prendere in considerazione è quella di esplorare nuove opportunità di lavoro.
Ma, attenzione: trovare il lavoro perfetto non è sempre facile, e porta sempre con sé la paura della novità e del cambiamento.

Essere disposti a valutare compromessi, mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro è sicuramente il primo passo per prendere una decisione consapevole e serena.

Pet Vibes, Better Office: un cane in ufficio migliora umore ed employer branding

Lo conferma un’indagine commissionata dal Gruppo Mars a Swg dal titolo ‘Gli uffici pet-friendly nell’era odierna post pandemia’: quasi la metà dei lavoratori italiani, che si tratti di pet parents o meno, è convinta che la presenza di cani migliori l’umore complessivo dell’ufficio (47%).
Percentuali leggermente inferiori ritengono inoltre che il pet al lavoro diminuisca lo stress (42%) e favorisca le occasioni di connessione con i colleghi (40%). Tra gli altri vantaggi, le riposte evidenziano una maggiore creatività (31%) e una maggior produttività (27%), ma soprattutto, un’azienda più attrattiva in un’ottica di employer branding (30%). Insomma, aprire gli uffici ai cani avrebbe ricadute positive sull’umore delle persone che vi lavorano e sulle aziende.

Tanti vantaggi, eppure solo un’azienda su dieci ne consente l’accesso 

Due proprietari di cani su 3 vorrebbero poi poter godere della compagnia del proprio amico a quattro zampe anche in ufficio (64%). E quasi la metà ritiene che le aziende dovrebbero organizzarsi a tale scopo (48%). Eppure, la possibilità di far accedere su base regolare il proprio pet negli uffici è una realtà solo in 1 caso su 10, mentre nella maggioranza dei casi non è mai permesso (55%) o non sono state stabilite regole a riguardo (27%).

Gli amici a quattro zampe sarebbero graditi al lavoro anche da chi non ne ha

Tutto questo, nonostante tra chi non possiede un cane, una persona su 3 (il 33%) avrebbe piacere a godere della presenza di pet sul luogo di lavoro. E anche chi inizialmente si è dichiarato contrario (34%) sarebbe disposto a cambiare idea qualora i cani avessero chiari spazi a cui accedere (32%), fossero vaccinati (14%), o l’azienda prevedesse policy di regolamentazione (12%).

Creare città più a misura di animali

I dati dall’indagine sono stati presentati nell’ambito del workshop Pet Vibes, Better Office. L’obiettivo, riferisce Adnkronos, è portare avanti il percorso di incoraggiamento dell’adozione di politiche pet-friendly su larga scala nel mondo del lavoro, condividendo consigli e linee guida su come implementare queste pratiche. Un appuntamento pensato in vista della Giornata mondiale degli animali, prevista il 4 ottobre, coincidente con la festa del patrono S. Francesco d’Assisi, protettore degli animali. Il Gruppo Mars in Italia è rappresentato dalle aziende Mars, Royal Canin e AniCura, ed è pioniere nelle politiche pet-friendly. Tutti i suoi uffici possono infatti accogliere gli amici a quattro zampe, coerentemente con il più ampio impegno di creare città più a misura di animali.

Noleggio auto: nel primo semestre crescono flotta e immatricolazioni 

Dopo i primi positivi segnali nella Legge Delega, le imprese italiane di autonoleggio attendono un alleggerimento del peso fiscale sui costi di mobilità, che continuano a penalizzarle rispetto ai competitor di altri Paesi europei. Ma nel primo semestre 2023 il settore registra una crescita decisa: +47% di immatricolazioni, con una flotta circolante che supera 1 milione e 300mila veicoli.
E a conferma del ruolo chiave nella diffusione di veicoli a basse o zero emissioni allo scarico, il noleggio autoveicoli rappresenta il 34% delle nuove vetture elettriche e il 63% dei veicoli ibridi alla spina (PHEV). È quanto emerge dall’analisi semestrale sulla mobilità pay-per-use condotta da ANIASA, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità.

Un veicolo nuovo su 3 è a noleggio

Il settore del noleggio veicoli ha immatricolato nei primi sei mesi dell’anno 308.950 veicoli, il 33% dei totali nuovi messi sulle strade italiane. Di fatto, un veicolo nuovo su 3 è a noleggio.
Il nuovo aumento dei volumi registrato dal settore riguarda non solo i nuovi ‘innesti’ nel parco, ma anche la consistenza complessiva della flotta, che ha toccato 1 milione e 300mila unità. Di questi, 1.197.000 sono noleggiati a lungo termine da aziende, PA e privati (con partita IVA o solo codice fiscale) e 135.000 presi in locazione a breve termine per esigenze turistiche o di business.

La top 3 dei modelli più noleggiati: Panda, Ypsilon, Sandero

La top ten dei modelli di auto più noleggiati nei primi 6 mesi del 2023 propone diverse novità, che confermano come ormai le fonti di approvvigionamento di questo mercato siano piuttosto diversificate. Al di là dei posizionamenti di vertice dei modelli del Gruppo di riferimento dell’ex costruttore nazionale, con Panda (1° posto), Ypsilon (3°), 500 (4°), Renegade (5°) e 500 X (8°), si segnala il secondo posto della Sandero, e nella seconda parte della classifica, la presenza di Yaris Cross, T-Roc, Duster e Captur.

Aumentano i privati che scelgono di non acquistare la macchina

Tra i segmenti di clientela che hanno visto una ulteriore crescita rispetto allo scorso anno si distinguono i privati che hanno scelto di non acquistare la vettura, ma prenderla a noleggio per 1 o più anni. Si tratta di 163.000 unità, circa il 14% del totale veicoli in flotta.
Le aziende si confermano clientela consolidata dei noleggiatori (76% dei mezzi a nolo in circolazione) e il restante 10% è nelle mani delle PA. Ma se nel primo semestre il noleggio a breve termine non ha ancora colmato il gap nei volumi rispetto al pre-pandemia, perdendo quasi 1 noleggio su 5 (-17,5% vs 2019), prosegue nella fase di recupero, avviando a graduale soluzione le difficoltà di approvvigionamento dei veicoli registrate negli anni scorsi e riducendo i prezzi per noleggio (-9,4% rispetto al 2022). Positivi tutti gli altri indicatori: giro d’affari (+21% vs 2019), giorni di noleggio (+4%), flotta (+1%) e durate dei noleggi (+26%).