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Per “leggere” le emozioni non basta guardare il volto

Lo afferma uno studio della Ohio State University. Per “leggere” le emozioni non basta guardare il volto. Il volto non è l’unico specchio delle emozioni, come generalmente si è abituati a pensare. Le espressioni facciali non raccontano tutto ciò che stiamo provando. A evidenziarlo è proprio una ricerca guidata dalla Ohio State University, presentata al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. I ricercatori hanno analizzato la cinetica del movimento muscolare nel viso umano e confrontato i movimenti muscolari con le emozioni. E hanno scoperto che i tentativi di rilevare o definire le emozioni in base alle espressioni facciali erano quasi sempre sbagliati. Ma cosa bisogna osservare? E di cosa è necessario tenere conto?

Assumere diverse espressioni facciali in base al contesto e al background culturale

“Ognuno assume diverse espressioni facciali in base al contesto e al background culturale – ha commentato Aleix Martinez, uno degli autori della ricerca – è importante rendersi conto che non tutti quelli che sorridono sono felici. Non tutti quelli che sono felici sorridono. La maggior parte delle persone che non sorridono non sono necessariamente infelici”. A ciò si aggiunge il fatto che a volte si sorride o si assumono altre espressioni per l’obbligo delle norme sociali.

Le tecnologie per riconoscere i movimenti dei muscoli facciali non sono sufficienti

Questo non sarebbe intrinsecamente un problema, ma alcune aziende hanno iniziato a sviluppare alcune tecnologie per riconoscere i movimenti dei muscoli facciali e assegnare determinate emozioni o intenti a tali movimenti. Il gruppo di ricerca ha analizzato alcune di queste tecnologie, ma le ha trovate in gran parte carenti, riporta Ansa. Dopo aver esaminato i dati, il team di ricerca ha concluso che occorre molto di più per rilevare correttamente le emozioni.

Cercare indizi nel colore del viso, nella postura e nel contesto sociale

Ma su quali aspetti è necessario porre attenzione per interpretare correttamente le emozioni?  Ad esempio il colore del viso. Osservare la colorazione del volto, associandola alle espressioni facciali, può fornire alcuni indizi.

“Quando si provano delle emozioni – ha sottolineato Aleix Martinez – il cervello rilascia peptidi (principalmente ormoni) che cambiano il flusso sanguigno e la composizione del sangue, e poiché il viso è inondato di questi peptidi, cambia colore”.

Anche l’intero corpo umano offre però suggerimenti. Ad esempio attraverso la postura che si assume. Per non parlare del contesto, che gioca un ruolo fondamentale nell’espressione delle emozioni, insieme alle differenze culturali che incidono, e non poco, sul comportamento.


I regali di Natale si comprano ancora in negozio, ma il web prende quota

Anche nel 2019 i regali di Natale sono stati acquistati prevalentemente nei negozi tradizionali, ma sono sempre più numerosi coloro che a dicembre 2019 li hanno ordinati sul web. E se il 45% dei consumatori utilizza siti di e-commerce specializzati, il 38,8% piattaforme come Amazon, Ebay e Zalando, e il 36% siti di e-commerce che hanno anche negozi fisici. Questi alcuni risultati della indagine sugli acquisti per i regali del Natale 2019 realizzata da Confcommercio-Imprese per l’Italia in collaborazione con Format Research. Secondo la quale risulta in aumento anche il fenomeno dello showrooming, ovvero cercare i prodotti nel negozio tradizionale per poi acquistarli online, o viceversa, cercare il prodotto online e successivamente acquistarlo nel negozio tradizionale (reverse showrooming).

Il 71,2% ha acquistato presso la grande distribuzione

Secondo l’indagine di Confcommercio, coloro che hanno scelto i negozi tradizionali per l’acquisto dei regali natalizi nel 71,2% dei casi hanno preferito la grande distribuzione e il 57% i piccoli esercizi commerciali. In diminuzione il dato sugli acquisti di Natale effettuati presso i punti di vendita della grande distribuzione organizzata, che ne 2018 era pari al 74,1% e nel 2017 al 75,7%, mentre è in linea con lo scorso anno l’utilizzo dei punti di vendita della distribuzione tradizionale (57,7% nel 2018). Leggermente in calo gli outlet e i mercatini, e in aumento i punti di vendita del tipo commercio equo e solidale, riporta Ansa.

Il 54,8% ha scelto Internet

Negli ultimi 10 anni però gli acquisti sul web sono passati dal 3,8% a quasi il 55%, percentuale che sale ulteriormente nel periodo delle campagne scontistiche di novembre come Black Friday e Cyber Monday. Tanto che è proprio il Web a crescere come canale preferenziale per l’acquisto dei regali di Natale: 54,8% nel 2019, contro il 50,8% del 2018, il 47,8% del 2017, il 44% del 2016 e il 39,6% del 2015. Il dato è confermato dalla quota, ancora maggiore, di coloro che anticipano l’acquisto nelle ultime due settimane di novembre approfittando della settimana degli sconti (60,7%). Tra i prodotti maggiormente acquistati sul web, oltre a carte regalo e buoni digitali (83,8%), ci sono abbonamenti a piattaforme di streaming (81,7%), biglietti per concerti (76,6%), e trattamenti di bellezza (59%).

Prezzi più convenienti e comodità trainano i regali fatti online

Le principali motivazioni che spingono i consumatori ad acquistare sul web sono i prezzi più convenienti (81,4%) e la comodità (74,2%). Forse per questo nel 2019 risulta in aumento anche la percentuale di coloro che cercano i prodotti nel negozio tradizionale per poi acquistarli online (showrooming), passata al 30,1% rispetto al 28% del 2018. Così come la percentuale dei consumatori che cercano il prodotto online e poi lo acquistano nel negozio tradizionale (reverse showrooming), salita al 34,8% rispetto al 31,1% del 2018.

Tra i prodotti maggiormente cercati, capi di abbigliamento, libri ed ebook, giocattoli, abbonamenti, biglietti e film, dvd e musica digitale.


Leggere libri in Italia, 1.564 editori e 40,6% di lettori. Anche di e-book

Con 75.758 titoli pubblicati, il 2018 conferma il trend in crescita della produzione editoriale italiana dell’anno precedente. Rispetto al 2017 si rileva un lieve aumento della produzione editoriale (+1,1% in totale, +1,2% per i grandi editori, +1,7% per i medi e -3,3% per i piccoli) in un mercato che punta sempre più sulla novità (61,7% di prime edizioni) e meno sulla longevità dei prodotti pubblicati (32,7% di ristampe e 5,6% di edizioni successive). Si tratta dei dati Istat sulla produzione di libri e la lettura di libri in Italia per l’anno 2018. E se sono 1.564 gli editori attivi censiti nel 2018, i grandi editori coprono il 79,4%) della produzione in termini di titoli, e il 90% della tiratura.

Gli editori investono nell’offerta in digitale

Sempre secondo l’Istat, nel 2018 il 51,1% ha pubblicato un numero massimo di 10 titoli all’anno (piccoli editori), e il 15,2% ha pubblicato più di 50 opere annue (grandi editori). L’editoria per adulti domina l’offerta (78,6%), le opere scolastiche sfiorano il 13% e quelle per ragazzi non raggiungono il 9%. Gli editori però investono sempre più nell’offerta di titoli in formato e-book: la percentuale di opere pubblicate disponibili anche in versione digitale in due anni è passata dal 35,8% (circa 22mila titoli nel 2016) a quasi il 40% (più di 30mila titoli nel 2018).

Aumenta il prezzo medio dei libri, e i lettori restano stabili

I prezzi di copertina dei prodotti editoriali registrano nel 2018 un lieve aumento rispetto al 2017. Il costo medio di un libro passa da 19,65 a 20,04 euro. Ma nel 2018 rimane sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente il numero di lettori di libri. A partire dall’anno 2000, quando la quota di lettori era al 38,6%, l’andamento è stato crescente fino a toccare il massimo nel 2010 (46,8%) per poi diminuire di nuovo fino a tornare, nel 2016, al livello del 2001 (40,6%), stabile fino al 2018. Nel 2018 la quota più alta di lettori continua a essere quella dei giovani tra i 15 e i 17 anni (54,5%), in crescita rispetto al 47,1% del 2016.

Il 60% delle ragazze tra 11 e 19 anni legge almeno un libro all’anno

Tra uomini e donne c’è un divario rilevante. Nel 2018 la percentuale delle lettrici è del 46,2% e quella dei lettori del 34,7%. Nel 2018 si osserva tuttavia un aumento significativo di 4,2 punti percentuali tra i maschi da 25 a 34 anni.

In assoluto, il pubblico più affezionato alla lettura è rappresentato dalle ragazze tra gli 11 e i 19 anni (oltre il 60% ha letto almeno un libro nell’anno). La quota di lettrici scende sotto il 50% dopo i 55 anni, mentre per i maschi è sempre inferiore al 50% in tutte le classi di età.


Il cucciolo è un antistress. Uno studio americano lo conferma

Andare all’università può rivelarsi un’impresa stressante, tra le lezioni da seguire, i documenti da presentare, i compiti e gli esami. A cui spesso si aggiungono anche gli impegni di lavoro, le bollette da pagare, e le varie incombenze domestiche. Così in America molte università hanno istituito specifici programmi Pet Your Stress Away, nei quali gli studenti possono interagire con gatti o cani per dimenticare incombenze e scadenze, e liberarsi, almeno un po’, dallo stress quotidiano. E uno studio americano lo dimostra: interagire con cani e gatti riduce il cortisolo

Gli scienziati della Washington State University hanno infatti dimostrato che oltre a migliorare lo stato d’animo degli studenti, questi programmi possono effettivamente produrre benefici fisiologici e alleviare lo stress.

Una ricerca ha coinvolto 249 studenti universitari suddivisi in quattro gruppi

“Gli studenti che hanno interagito con cani e gatti hanno sperimentato una significativa riduzione del cortisolo, un importante ormone dello stress”, assicura la ricercatrice Patricia Pendry, professore associato nel Dipartimento di Sviluppo umano della Washington State University. Che ha pubblicato i risultati delle sue scoperte insieme a Jaymie Vandagriff su Aera Open. Si tratta del primo studio ad aver dimostrato riduzioni dei livelli di cortisolo negli studenti durante un momento di interazione reale, piuttosto che in uno scenario in laboratorio. La ricerca ha coinvolto 249 studenti universitari suddivisi casualmente in quattro gruppi. Il primo gruppo ha sperimentato l’interazione diretta con gatti e cani per 10 minuti, durante i quali i ragazzi potevano accarezzare i cuccioli, giocarci e passare il tempo con loro come volevano.

Confrontare gli effetti dei diversi tipi di interazione con gli animali

Per confrontare gli effetti dei diversi tipi di interazione con gli animali, il secondo gruppo si è limitato a osservare altre persone che accarezzavano cani e gatti mentre aspettavano in fila il loro turno. Il terzo gruppo invece ha guardato uno slideshow degli stessi animali coinvolti nell’esperimento, mentre il quarto gruppo era “in lista d’attesa”.

Questi studenti hanno aspettato il loro turno in silenzio per 10 minuti senza telefonino, riviste o altri stimoli, convinti che avrebbero presto avuto il loro momento con i pet. Diversi campioni di saliva sono stati raccolti da ciascun partecipante per monitorare i livelli di cortisolo, iniziando fin dal risveglio.

La riduzione degli ormoni dello stress nel tempo può tradursi in benefici per la salute

I ricercatori, riporta Adnkronos, hanno quindi scoperto che gli studenti che hanno interagito direttamente con gli animali avevano livelli di cortisolo molto più bassi nella saliva dopo aver coccolato i cuccioli. “Sapevamo già che gli studenti amano interagire con gli animali e che questo li aiuta a provare emozioni più positive – spiega Pendry -. Quello che volevamo capire era se questa esposizione li avrebbe aiutati a ridurre lo stress, e il risultato è stato positivo. Il che è eccitante – aggiunge la ricercatrice – perché la riduzione degli ormoni dello stress può, nel tempo, tradursi in benefici significativi per la salute fisica e mentale”.


Professioni del design in Lombardia, 4 mila assunti in un anno

La Lombardia è la regione del design. Anche per chi lavora in questo ambito. Sono infatti circa 4 mila gli assunti in un anno nella filiera del design all’ombra della Madonnina: quasi la metà è giovane. Sono soprattutto disegnatori di prodotti industriali e di consumo, che da soli rappresentano oltre 3 mila posti all’anno, ma anche orafi e artigiani del legno. L’identikit del mondo delle professioni del design emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

Largo ai giovani

“La presenza significativa dei giovani tra i nuovi occupati nei settori del design, fortemente legati al saper fare artigiano, è una buona notizia. Si tratta di un settore ad ampio spettro in grado di offrire una opportunità concreta alle nuove generazioni, che devono formarsi e crescere in competenze per mantenere il design italiano competitivo e trainer del made in Italy” ha detto Vincenzo Mamoli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. In regione sono quasi 4 mila all’anno gli assunti su circa 17 mila in Italia. Si tratta soprattutto di disegnatori di prodotti industriali e di beni di consumo, oltre 3 mila in Lombardia su 14 mila nel Paese (24%) e quasi la metà è giovane (47%). Circa uno su due è di difficile reperimento (47%), soprattutto per mancanza di candidati. Ed è una professione più per uomini, preferiti nel 45% dei casi. Ma ci sono anche gli orafi e i disegnatori di gioielli, 180 in regione su 1.540 nazionali e gli artigiani delle lavorazioni artistiche del legno e di materiali assimilati, 170 su 1.140.

Oltre 17mila imprese legate e mobile e design

Sono oltre 17 mila le imprese lombarde dei settori strettamente legati a mobile e design tra produzione e progettazione, su oltre 87 mila attive in Italia, circa il 20% del totale. Nel 65% dei casi si tratta di imprese artigiane. Danno lavoro a oltre 107 mila addetti su quasi mezzo milione (405 mila) nel Paese, secondo l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro delle imprese al 2018 e 2017 per quanto riguarda le imprese attive.

I territori più “artigiani”

Se in media in Italia fa parte del settore “artigiano” il 65% delle imprese del settore, sono Verbania con il 90%, Oristano e Imperia (87%), Aosta e Sondrio (86%), i territori dove gli artigiani del mobile e design pesano di più. Tra le lombarde, alta la presenza di artigiani anche a Lodi e Pavia ( circa 76%) contro una media lombarda del 60,6%.

Milano è la capitale del design

Milano è prima in Italia sia per imprese con 4.707 attive, che per addetti, 28 mila. La seguono per numero di imprese Roma (3.354), Torino (3.153), Napoli (2.691) e Treviso (2.430). Per numero di addetti, dopo Milano in testa Treviso (20 mila), Modena (18 mila) e Como (17 mila). Tra i primi venti territori a livello nazionale per imprese ci sono altre cinque lombarde, Monza Brianza al settimo posto con 2.199 imprese, Como nona con 2.035, Bergamo e Brescia, rispettivamente dodicesima e tredicesima con circa 2 mila imprese l’una e Varese sedicesima con circa 1.600 imprese.


eCommerce in Italia: nel primo trimestre 2019 spedizioni su del 29% e tempi di consegna giù

Buone notizie per tutto il comparto dell’eCommerce tricolore. Lo rivelano i dati emersi dall’Osservatorio Spedizioni eCommerce Italia, il rapporto sui volumi degli invii effettuati durante il primo trimestre 2019 e sulle comunicazioni verso i clienti finali, successive al momento dell’invio della merce. Il rapporto è stato elaborato da Qapla’, sistema integrato che permette di gestire le spedizioni, dalla stampa dell’etichetta fino alla notifica di consegna. L’analisi si basa sul monitoraggio dei volumi generati da un campione di 350 venditori eCommerce, rappresentativi di tutti i principali settori merceologici: elettronica, fashion, food, wine, farmaceutica e cosmesi, home, gioielli, forniture b2b, accessori, libri, shoes. Nello studio sono inoltre state prese in esame le spedizioni gestite con 100 corrieri nazionali e internazionali, comprendendo gli ordini ricevuti su tutti i principali marketplace mondiali come Amazon, eBay, ePrice, Privalia, Spartoo, Cdiscount, ManoMano, per un quadro il più possibile indicativo degli invii provenienti dalla totalità degli Store italiani online.

Numeri in crescita sul 2018

Per il campione in esame, si registra un aumento del +29,84% tra il I trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2018. C’è però un calo “fisiologico” degli invii successivo al periodo natalizio e del Black Friday, con una differenza del -11,82% tra I trimestre di quest’anno e IV trimestre 2018. Il mercato dei corrieri esaminati è concentrato in 4 big player, che da soli si aggiudicano l’83,2% delle spedizioni di questo I trimestre del 2019 (di cui i 2 maggiori più della metà, ovvero il 58,3%). Questa tendenza alla concentrazione, pur in un quadro con un elevato livello di concorrenza, si conferma costante rispetto allo scorso trimestre e allo stesso periodo del 2018, nonostante le variazioni delle percentuali e il sopravanzare di un corriere su un altro.

Il tempo medio di consegna

Il tempo medio di consegna è di 2,4 giorni circa per il I trimestre 2019, in diminuzione rispetto non solo al IV trimestre 2018, dove la media di 3,35 giorni va vista alla luce del boom e congestionamento degli ordini dovuti a Black Friday e Natale, ma anche in confronto allo stesso periodo di un anno fa, quando la media sfiorava i 3 giorni. Gli eCommerce qui esaminati inviano direttamente ai clienti finali le email di notifica (dette anche “email transazionali”) del cambio di stato della spedizione, anziché lasciare queste comunicazioni ai corrieri. Nel I trimestre 2019 si è riscontrato un aumento di queste email del 59,28% rispetto al I trimestre 2018 e del 39,47% rispetto al IV trimestre 2018. Si tratta di email con elevatissimi tassi di apertura. Allo stesso modo sono tracciati gli SMS inviati dagli eCommerce per informare i loro clienti sullo stato di avanzamento della consegna: in questo caso, c’è una crescita del +34,7% sul I trimestre dell’anno passato ma una diminuzione del -4,6% sull’ultimo trimestre del 2018. Dai dati raccolti sul campione selezionato, possiamo trarre un quadro di crescita costante degli ordini e quindi delle spedizioni dagli eCommerce italiani, con una distribuzione tra i corrieri abbastanza stabile per quanto concerne le quote di mercato.


Quota 100, ingresso lavoro per un under 30 ogni 3 pensionati

Nel 2019 circa 116 mila ragazzi con meno di 30 anni faranno ingresso nel mondo del lavoro in virtù di 314 mila richiedenti l’accesso al prepensionamento. In pratica, uno per ogni tre pensionati “in uscita” con Quota 100, la nuova misura del governo per il prepensionamento. Ipotizzando tassi differenziati per fondo previdenziale si stima una percentuale di turnover pari al 37%: si tratta di una stima sugli effetti della nuova misura del governo condotta dalla Fondazione Studi consulenti del lavoro e illustrata durante il 22° Forum Lavoro/Fisco/Previdenza di Roma.

Un massiccio anticipo di uscite

“Lo scenario che abbiamo di fronte è di un massiccio anticipo di uscite – spiegano i consulenti del lavoro – che comporterà un rapido aggiornamento del piano di assunzioni pianificate dalle aziende private e potrebbe, paradossalmente, comportare difficoltà di copertura delle posizioni lavorative perse nel 2019”.

Come riportato dalle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, sottolineano i consulenti del lavoro, “accederanno a Quota 100 circa 63 mila autonomi (20%), 94 mila dipendenti della Pubblica Amministrazione (30%) e 157 mila lavoratori del settore privato (50%)”. I tre comparti occupazionali hanno, però, capacità di riorganizzazione molto differenti fra di loro.

Le dinamiche nei comparti occupazionali

Nel settore privato, ad esempio, la pianificazione delle risorse tiene conto della quota di persone che usciranno per pensionamento. Si stima infatti che per ogni 100 dipendenti del settore privato che aderiranno a Quota 100, il 30% uscirà dal settore manifatturiero, l’11% dal commercio e l’8% dal settore dei trasporti e magazzinaggio. Secondo i consulenti del lavoro, “non è così automatico, invece, nel settore pubblico. Anche se qui il massiccio esodo dei lavoratori over 60 potrebbe creare inizialmente qualche difficoltà ai servizi essenziali come sanità e istruzione”.

Più semplice la dinamica nel lavoro autonomo, dove i più ridotti volumi produttivi riflettono l’andamento del ciclo economico.

Quasi due prepensionamenti su tre interesseranno aziende del Nord Italia

Basandosi sui dati tratti dall’udienza informale dell’Ufficio parlamentare di bilancio del 5 marzo scorso, riferisce Adnkronos, la Fondazione Studi ha prodotto alcune stime sul tasso di sostituzione di quei lavoratori che quest’anno raggiungono i requisiti necessari per andare in pensione anticipatamente.

In particolare, spiegano i consulenti del lavoro, “è stato analizzato lo storico del turnover calcolando le uscite per pensionamento per anno e gli ingressi permanenti (contratti a tempo indeterminato e apprendistato) nel mondo del lavoro di giovani con meno di trent’anni”. Quasi due prepensionamenti su tre interesseranno aziende del Nord Italia, il 36,6% del Nord-Est e il 26,5% del Nord-Ovest. Ai quali si aggiungerà un 20,6% di prepensionamenti nelle regioni del Centro Italia.

 


I neolaureati italiani ultimi in classifica per stipendi in Europa

Quanto guadagna in media un giovane neolaureato italiano? Al netto delle tasse e del costo della vita, il suo salario a inizio carriera si attesta intorno ai 23mila euro lordi all’anno, il più basso d’Europa. A fornire i dati aggiornati su quanto percepiscono i giovani nei primi anni di lavoro post laurea è la società di consulenza Willis Towers Watson, che ha stilato una classifica degli stipendi dei giovani neolaureati del Vecchio Continente. E il paragone, a volte, è imbarazzante. In Lussemburgo e Svizzera i giovani guadagnano il doppio dei nostri neolaureati. Anche al netto delle tasse.

Svizzera, Lussemburgo, Danimarca sul podio

Lo studio, riportato sul portale Skuola.net, ha preso in considerazione i dipendenti di aziende multinazionali di una sessantina di Paesi europei. Stando ai numeri, a primeggiare è la Svizzera, Paese in cui un giovane laureato percepisce in media uno stipendio lordo di base pari a 88.498 dollari all’anno, ovvero oltre 78mila euro, contro i 63.007 dollari di un giovane che vive in Lussemburgo, e i 61.355 di un danese. Al quarto posto si trova la Germania, dove la retribuzione è pari a 60.336 dollari lordi annui.

Italia fanalino di coda, con 26.032 dollari di stipendio medio lordo

Al penultimo posto della classifica europea degli stipendi è la Spagna, con 33.881 dollari lordi annui di stipendio medio, mentre in ultima posizione c’è proprio l’Italia, con 26.032 dollari lordi annui.

I conti però, riferisce una notizia Ansa, andrebbero fatti per bene, considerando quindi anche il peso della pressione fiscale e delle spese correnti. E a conti fatti, in questo caso, si scopre che la classifica cambia. Almeno, per i laureati svizzeri, che scendono al secondo posto, con 58.530 dollari (51.400 euro), per quelli del Lussemburgo, che salgono sul primo gradino del podio (58.865), e per i tedeschi, che guadagnano una posizione (47.000). Ma non per noi, che continuiamo a chiudere la classifica con i nostri 23mila dollari.

Per i diplomati la situazione non cambia

Sempre secondo la società Willis Towers Watson, in Italia un diplomato al primo impiego guadagnerebbe al massimo 24.569 euro lordi all’anno. E alla voce “avanzamento di carriera”, la situazione è ancora più drammatica. I diplomati italiani, infatti (ammesso che trovino lavoro), difficilmente riusciranno a oltrepassare le posizioni di impiegati. Con il risultato che, nel corso della loro carriera professionale, potranno contare solo sui cosiddetti salari “fissi”, stipulati all’interno dei contratti collettivi nazionali.

 


Millennials, malati di perfezionismo

La mania di avere tutto sotto controllo e l’esigenza di perfezionismo sono aumentati notevolmente negli ultimi 25 anni, soprattutto fra i giovani. Secondo uno studio guidato dalla Saint John University di York, nel Regno Unito, e dalla Dalhousie University, in Canada, pubblicato su Personality and Social Psychology Review, i giovani di oggi sono più perfezionisti che mai. Ciò significa che i Millennials vi lottano più delle generazioni precedenti. Una scoperta che rispecchia i risultati di ricerche precedenti.

Le cause? Sono complesse, e secondo i ricercatori risiedono in un ambiente sociale sempre più competitivo, nell’atteggiamento iperprotettivo dei genitori, e non ultimo, nell’influenza del modello proposto dai social media.

Provenienza sociale, prestazioni, vincita e interesse personale vengono enfatizzati

Dalla ricerca, una meta-analisi di 77 studi che ha coinvolto complessivamente 25mila persone dai 15 ai 49 anni (circa due terzi donne), emerge in primo luogo il progressivo aumento del successo come valore di riferimento nella società. Il fatto di essere inseriti in una realtà sempre più competitiva, dove la provenienza sociale e le prestazioni contano eccessivamente, e la vincita e l’interesse personale sono enfatizzati, porta a pretendere da se stessi prestazioni sempre più elevate. E difficili da raggiungere. In pratica i Millennials si confrontano con un modello vincente a cui sentono di doversi adeguare, pena l’esclusione sociale e il fallimento.

La responsabilità è anche dei genitori

La ricerca fa emergere però anche la responsabilità dei genitori, che esercitano troppo controllo e sono troppo critici nei confronti dei figli. Comportamenti che possono favorire lo sviluppo del perfezionismo nei Millennials, riferisce Ansa.

“I genitori – spiegano Simon Sherry e Martin M. Smith su The Conversation – devono essere meno critici e iperprotettivi, insegnando ai propri figli a tollerare e imparare dai loro errori, sottolineando al contempo quanto sia importante impegnarsi per ciò in cui si crede rispetto alla ricerca irrealistica della perfezione”.

L’antidoto è l’amore incondizionato

Tutto ciò fa si che i Millennials siano circondati da troppi parametri su cui misurare il loro successo o fallimento. E non va trascurato il peso dei social media, che nell’ultimo decennio hanno proposto contenuti e post che mostrano vite irrealisticamente “perfette”. Un modello in cui i giovani tendono a volersi riconoscere in maniera poco critica.

Un antidoto possibile alla smania di apparire perfetti però c’è, e secondo i ricercatori risiede nell’amore incondizionato. Quello per cui i genitori apprezzano i figli per qualcosa di più delle loro prestazioni o del loro aspetto.


Top e flop tecnologici del 2018, da Fortnite alla voglia di disconnettersi

Con l’arrivo dell’anno nuovo anche per la tecnologia è tempo di bilanci, e tra successi e flop decretati dai dati di mercato, dalla cronaca e dagli analisti, si fanno i conti e si stabiliscono classifiche. Ecco quindi i Top 5 e i Flop 5 dell’anno appena trascorso, con Fortnite che guida la classifica dei successi tecnologici. Per Bloomberg il videogioco ha raggiunto 200 milioni di utenti fra tutti i canali su cui è disponibile, da PlayStation a iOS a Nintendo Switch. Nonostante si tratti di una novità natalizia è destinata a far salire ancora i numeri. E già si possono acquistare oggetti e regalarli agli amici di gioco.

Blockchain, Amazon Echo e Samsung Galaxy Note9

Al secondo posto fra i Top 2018 c’è la Blockchain. Il valore dei bitcoin è crollato, è vero, ma le criptovalute hanno lasciato in eredità una tecnologia che consente sicurezza e tracciabilità. Terza posizione per Amazon Echo e gli smart speaker. Secondo i dati di Strategy Analytics da luglio a settembre 2018 le consegne sono aumentate del 197% su base annua, arrivando a quota 22,7 milioni di unità. Al quarto posto il Samsung Galaxy Note9, eletto miglior smartphone top di gamma dell’anno. Fiore all’occhiello il nuovo display, il comparto fotografico, la durata della batteria e il pennino S-Pen con tecnologia attiva Bluetooth per impartire comandi da remoto.

Digital detox, soprattutto da Facebook

Dopo anni di abbuffate tecnologiche la parola d’ordine ora è disconnettersi. Un’azienda Usa offre addirittura 100mila dollari a chi raccoglie la sfida di stare un anno senza smartphone. Intanto Apple, Google e Facebook hanno introdotto timer che tengono il conto del tempo trascorso su telefono e social. Anche se per Facebook, al primo posto fra i flop del’anno, il 2018 è stato davvero un anno nero. Superato da Instagram il social conquista il podio dei Flop ed è sempre più snobbato dai giovani. Inoltre, dopo Russiagate, il caso Cambridge Analytica ha scoperchiato un vaso di Pandora. L’ultima inchiesta del Nyt parla di un cartello con altre aziende tech per i dati degli utenti.

Huawei, iPhone XR, Bitcoin e insicurezza informatica

Al secondo posto c’è Huawei e la guerra Usa-Cina, e la terzo l’iPhone XR, che doveva essere la novità del 2018, ma non è andata così. Ed Apple è stata superata nelle vendite proprio da Huawei, diventata secondo produttore di smartphone al mondo. Male anche per i Bitcoin: in un anno il valore della criptovaluta è crollato dell’80%, riporta Ansa, mentre ovunque è allarme insicurezza informatica. Il 2018 si è aperto con una falla nei chip Intel e si è chiuso con il furto di dati alla catena Marriott