Industria, a ottobre fatturato +2,2%, ordinativi +3%

Nel mese di ottobre crescono ordinativi e fatturato dell’industria italiana. L’Istat stima infatti che al netto dei fattori stagionali il fatturato dell’industria aumenti del 2,2% rispetto a settembre, mentre nella media del trimestre agosto-ottobre la crescita sarebbe del 14,3% rispetto al trimestre precedente. Sempre a ottobre, l’incremento congiunturale degli ordinativi è stimato per il +3,0%, e rimanga nella media del +20,6% di agosto-ottobre rispetto ai tre mesi precedenti. L’aumento congiunturale del fatturato riflette risultati positivi per entrambi i mercati, con una variazione più ampia per il mercato interno (+2,8%) rispetto al mercato estero (+1,1%). Per gli ordinativi l’incremento deriva da aumenti di ampiezza pressoché analoga sui due mercati, interno (+3,0%) ed estero (+2,8%).

In termini tendenziali fatturato totale -1,7%

Con riferimento ai raggruppamenti principali dell’industria, a ottobre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale del 4,8% per i beni strumentali, del 4,3% per l’energia e del 2,3% per i beni intermedi. L’unico risultato negativo si rileva per i beni di consumo, che registrano una flessione dello 0,5%. Corretto per gli effetti di calendario, (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 23 di ottobre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali dell’1,7%, riporta Adnkronos, riflettendo una modesta riduzione del mercato interno (-0,4%) e un marcato calo del mercato estero (-4,1%).

Settore dei mezzi di trasporto crescita tendenziale +22,2%

Con riferimento al comparto manifatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra una crescita tendenziale del +22,2%, seguito dal comparto delle apparecchiature elettriche e non (+3,6%), mentre per l’industria tessile e dell’abbigliamento e per le raffinerie di petrolio si rilevano i cali di maggiore entità (-11,5% e -32,5%). In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi segna una crescita dell’1,2%, sintesi di un incremento delle commesse provenienti dal mercato interno (+3,6%) e di un calo di quelle provenienti dal mercato estero (-2,3%). La maggiore crescita si registra per il settore dei mezzi di trasporto (+12,2%) e per l’industria dei macchinari e delle attrezzature (+4,1%), mentre i risultati peggiori si rilevano nell’industria tessile e dell’abbigliamento (-8,7%) e in quella farmaceutica (-12,8%).

Indice destagionalizzato del fatturato in recupero parziale su settembre

Nel mese di ottobre l’indice destagionalizzato del fatturato recupera parzialmente il calo registrato a settembre. Un andamento analogo caratterizza la componente interna, mentre per quella estera si evidenzia una crescita ininterrotta dal mese di maggio. “Su base annua sono molto positivi i risultati degli ultimi due mesi per l’industria dei mezzi di trasporto, in particolare per il comparto degli autoveicoli – scrive l’Istat -. Continuano a rimanere in sofferenza, invece, il settore tessile, dell’abbigliamento e dei prodotti in pelle e l’industria della raffinazione del petrolio. Al netto della componente di prezzo, il settore manifatturiero evidenzia una crescita congiunturale sia su base mensile sia su base trimestrale”.


Per 8 italiani su 10 il caffè è uno dei piaceri della vita

Nonostante il cambiamenti nello stile di vita causati dall’emergenza Covid-19 l’amore degli italiani per il caffè resta immutato. Il 96,6% degli italiani dichiara di consumare almeno saltuariamente caffè o bevande a base di caffè. Quasi 4 italiani su 10, poi, bevono da 2 a 3 tazzine al giorno, e lo stesso numero ne beve dalle 3 alle 4. È quanto emerge dall’indagine Gli Italiani e il caffè, condotta da AstraRicerche per conto del Consorzio Promozione Caffè.

Lo studio conferma la predilezione degli italiani per un consumo domestico (90,3%), anche perché l’isolamento forzato ha privato gli italiani di una parte importante della quotidianità: il caffè al bar.

Il Covid-19 cambia le abitudini

Ma se il bar scende nelle preferenze dal 77,5% del 2014 al 65% di quest’anno, il 60,3% ha sentito la mancanza di una piacevole routine di inizio giornata o dell’incontro con gli amici, ma anche del gusto del caffè preparato al bar. Non solo, oltre il 65% di studenti e lavoratori ha sofferto l’assenza della pausa caffè nel luogo di studio o di lavoro. Resta comunque saldo il caffè appena svegli, fondamentale per quasi l’80% degli italiani, che affermano di mantenere una certa fedeltà al caffè normale. La moka infatti oggi viene utilizzata dal 37,2% degli italiani, anche se è leggermente superata dalla macchina con capsule o cialde, preferita da quasi il 40%.

Perché il caffè piace tanto?

Il caffè è associato a pensieri di benessere, a sensazioni di comfort e di calore. Significa prendersi una pausa (85%), è il pretesto per fare quattro chiacchiere (82,3%), è il simbolo dell’italianità (84,3%). Molti italiani lo definiscono, semplicemente, uno dei piaceri della vita (83,7%). Per quasi 6 persone su 10 bere un buon caffè è infatti un piacere, e per poco meno della metà rappresenta un momento di relax. Per un terzo degli italiani, poi, è addirittura un momento “introspettivo”, da vivere da soli. Ma il caffè è anche una vera esperienza multisensoriale, e se 9 italiani su 10 lo apprezzano soprattutto per il gusto e l’aroma non manca l’appagamento degli altri sensi, come occhi (il color caffè piace all’80% dei consumatori) e udito (il suono della macchina del caffè al bar piace quasi a 7 intervistati su 10).

Cresce la sensibilità sociale ed ecologica verso il prodotto

Dall’indagine AstraRicerche emerge come gli italiani abbiano sviluppato anche una buona sensibilità sui temi della sostenibilità sociale ed ecologica, e della qualità del prodotto. E alcune caratteristiche potrebbero addirittura determinare le preferenze d’acquisto. In particolare, in ambito di sostenibilità. Al primo posto gli italiani pongono infatti la garanzia del rispetto dei lavoratori in tutte le fasi di produzione, riporta Italpress, e al secondo la provenienza biologica del prodotto.


In Italia si lavora di più, ma si guadagna meno

Per i lavoratori italiani il salario lordo medio si colloca a livelli inferiori rispetto alla media degli altri Paesi dell’Eurozona. L’Italia ha infatti un alto numero medio di ore lavorate all’anno per dipendente, e allo stesso tempo la minor quota salari in percentuale del Pil. Insomma, in Italia si lavora di più, ma si viene retribuiti molto meno. Il confronto tra le sei maggiori economie dell’Eurozona mette poi in evidenza tre dinamiche salariali differenti: Paesi Bassi e Belgio, in presenza di salari medi più alti, registrano una crescita costante, Germania e Francia, con salari medi a livello intermedio tra i sei Paesi, registrano l’incremento salariale più alto, mentre Italia e Spagna, con i salari medi più bassi, si caratterizzano per una stagnazione di lungo periodo.

L’Italia è l’unica a non avere ancora recuperato il livello salariale pre-crisi 2007

Dai dati Cgil contenuti in una ricerca della Fondazione Di Vittorio sulla questione salariale in Italia risulta che nella comparazione tra l’Italia e la Germania, dopo un decennio di sostanziale stagnazione (2000-2009), i salari mostrano dinamiche divergenti, pur in presenza di tassi di inflazione ai minimi storici. Infatti, nel periodo successivo (2010-2019) i salari tedeschi sono cresciuti di +5.430 euro (+14,7%) mentre quelli italiani sono diminuiti di -596 euro (-1,9%). Inoltre, l’Italia è l’unico tra i sei Paesi dell’Eurozona che non ha ancora recuperato il livello salariale pre-crisi (2007), e che ha avuto complessivamente le oscillazioni più contenute.

Il confronto con i 6 Paesi europei

In Italia, poi, il salario di un single al 100% del salario medio (21,6mila euro) ha uno scarto che va da oltre 15,7mila euro con i Paesi Bassi a quasi 5mila con la Francia. Nel caso del monogenitore al 67% del salario medio con due figli, il salario netto in Italia (20,6mila euro) ha invece uno scarto che va da oltre 16,7mila euro con i Paesi Bassi a 5,8mila con la Francia, mentre è superiore a quello spagnolo di oltre 2,6mila euro. Nel caso italiano della coppia bireddito con entrambi i genitori al 100% del salario medio e due figli (45,2mila euro), lo scarto è ancora maggiore: da 34,5mila con i Paesi Bassi a 10,8mila con la Francia.

Sui salari lordi italiani si esercita una maggiore pressione fiscale

Dall’analisi emerge poi come l’Italia nel 2019 abbia registrato il maggiore cuneo fiscale (39,2%) proprio per la coppia monoreddito con due figli e un salario equivalente a quello medio (Ocse, 2020). Come precisa Askanews, questo mette in evidenza come sui salari lordi italiani, già mediamente più bassi degli altri, si eserciti complessivamente una maggiore pressione fiscale.


Smartphone 5G, nel 2020 venduti 251 milioni di pezzi

Il 5G è il motore della crescita del mercato degli smartphone, ed entro la fine del 2020 le consegne mondiali di smartphone 5G raggiungeranno 251 milioni di unità, +1.282% rispetto ai 18,2 milioni del 2019. A prevedere il boom dei telefoni compatibili con le nuove reti mobili sono i ricercatori di Strategy Analytics, secondo cui a trainare la crescita quest’anno saranno i dispositivi di Samsung e Huawei, ma anche di Apple, che il 13 ottobre ha svelato i primi iPhone 5G. I tre marchi, in base alle stime, totalizzeranno i due terzi delle vendite complessive. Quanto ai mercati, il primo sarà la Cina, il secondo gli Usa.

Un traguardo storico

Gli analisti di Strategy Analytics però fanno notare che “molti modelli di cellulari 5G sono troppo costosi e la maggior parte delle reti 5G degli operatori sono incomplete, mentre le molte ondate di coronavirus stanno affaticando i consumatori nei mercati occidentali come gli Stati Uniti e l’Europa”, riporta Ansa.  In ogni caso, nonostante l’emergenza sanitaria le vendite di smartphone 5G potrebbero raggiungere il loro primo traguardo storico, in termini di vendite e di penetrazione sui mercati globali. A livello mondiale, sono già più di 80 milioni gli abbonati alle reti 5G, di cui 50 milioni di nuovi abbonati solamente nel secondo trimestre del 2020. Sono oltre 400 i dispositivi 5G che presto saranno lanciati sul mercato. Di questi sono 190 quelli già disponibili in vendita, in gran parte (138) smartphone.

Il 70% delle vendite globali è rappresentato da Apple, Huawei e Samsung

Che siano le feste natalizie, o il grande evento e-commerce del Black Friday, il mercato dei mobile device abilitati al 5G dovrebbe segnare un boom di vendite per il 2020, riporta key4biz.it. Un risultato estremamente positivo, che vede il 70% delle vendite globali di questi apparecchi rappresentate da tre soli grandi aziende, Apple, Huawei e Samsung. Nord America e Cina dovrebbero invece essere i mercati principali, mentre l’Europa patisce ancora l’effetto della crisi economica, conseguenza delle restrizioni e del distanziamento sociale legate alla pandemia di Covid-19.

Il crollo dei prezzi dei device 5G

Se le stime del Rapporto saranno confermate nei prossimi mesi ad aver contribuito, e non poco, a questo traguardo di mercato sarà certamente il crollo dei prezzi. Negli ultimi 12 mesi, il prezzo medio di uno smartphone 5G è stato tagliato del 50%. A aver determinato questo trend è stato l’arrivo sul mercato di smartphone 5G di fascia media prodotti in Cina, offerti in vendita a un prezzo tale da aver trascinato giù tutti gli altri modelli e il costo di alcune componenti chiave a livello tecnologico.


Linate e Malpensa sono a prova di Covid

Gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa sono a prova di Covid e offrono ai passeggeri un’esperienza di viaggio sicura. Lo attesta la certificazione Airport Health Accreditation, ottenuta grazie alle misure di sicurezza per la salute adottate in entrambi gli scali. Questa certificazione, rilasciata da Airports Council International, l’associazione che rappresenta gli aeroporti nel mondo, si aggiunge a quella già ottenuta a inizio agosto, Hygiene Synopsis, rilasciata da Tuv Sud, che riconosce l’impegno per la salute e le misure di sicurezza realizzate in accordo con le principali raccomandazioni internazionali dell’aviazione. Queste, indicano le linee guida promulgate da Easa (Agenzia europea per la sicurezza area) secondo l’Aviation Health Safety Protocol di Ecdc (centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), e Aci Europe, l’associazione degli aeroporti europei.

Due best practices da seguire nel settore del trasporto aereo

I protocolli e le misure adottate a Linate e a Malpensa, elaborati in collaborazione con EY-Advisory e con il Gruppo San Donato, in conformità con le migliori case histories internazionali e alle linee guida redatte dal Comitato Scientifico Gsd e Università Vita-Salute San Raffaele, sono all’avanguardia nelle procedure di contenimento alla diffusione dei virus. Con il conseguimento di questa certificazione gli aeroporti di Milano entrano quindi a far parte delle best practices da seguire nel settore del trasporto aereo.

Le misure di prevenzione e contenimento adottate da Sea

Fin dall’inizio della pandemia Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano, ha avuto come priorità la sicurezza della salute dei passeggeri e degli operatori, introducendo da subito importanti misure di prevenzione e contenimento. In quest’ottica sono stati installati i termoscanner per la rilevazione della temperatura a tutti coloro che entrano nel terminal e ai passeggeri in arrivo. Inoltre, a disposizione dei passeggeri negli scali di Milano sono stati installati circa 500 dispenser che forniscono gratuitamente gel disinfettanti per le mani.

Distanziamento, ricambio d’aria e disinfestazione garantiti

Nel rispetto della distanza fisica di almeno un metro è stata ideata una segnaletica chiara, che accompagna i passeggeri dall’entrata nel terminal fino all’imbarco, ascensori compresi. Si tratta di poster e bolloni adesivi che hanno lo scopo di facilitare una migliore e più sicura distribuzione delle persone. Anche sulle sedute si è applicato il criterio del distanziamento con l’utilizzo di cinghie elastiche. Importante sottolineare come il ricambio totale d’aria sia garantito ogni 10 minuti, così come sono state intensificate le pulizie in tutti gli scali, a cui si è affiancata un’importante disinfestazione continua su tutta la sede aeroportuale.


Superbonus, la cessione del credito parte dal 15 ottobre

Lo comunica l’Agenzia delle entrate, la cessione del credito sul superbonus al 110% potrà essere utilizzata dal prossimo 15 ottobre usando il modello approvato esclusivamente in via telematica. La comunicazione per fruire dello sconto sul corrispettivo, o della cessione del credito, potrà essere inviata all’Agenzia a partire dal 15 ottobre 2020 ed entro il 16 marzo dell’anno successivo a quello in cui si sostiene la spesa. Secondo i chiarimenti interpretativi contenuti nella circolare dell’Agenzia delle Entrate sull’incentivo introdotto con il dl Rilancio anche i familiari e i conviventi del possessore o detentore dell’immobile che sostiene la spesa per i lavori effettuati possono accedere al Superbonus.

Possono accedere alle agevolazioni anche familiari e conviventi

Al Superbonus del 110% possono accedere dunque anche i familiari e i conviventi di fatto del possessore o del detentore dell’immobile, sempre che siano loro a sostenere le spese per i lavori. La circolare specifica che tali soggetti possono usufruirne se sono conviventi alla data di inizio dei lavori o, se antecedente, al momento del sostenimento delle spese. Possono accedere agli incentivi anche imprenditori e autonomi sulle unità immobiliari all’interno di condomini per i lavori sulle parti comuni. Rientrano poi nel plafond di agevolazioni i costi per i materiali, la progettazione e le spese professionali connesse.

L’incentivo vale anche per le seconde case

L’incentivo vale anche per gli interventi su un immobile diverso da quello destinato ad abitazione principale, nel quale può svolgersi la convivenza, mentre non spetta al familiare su immobili locati o concessi in comodato. Ha diritto alla detrazione, specifica l’Agenzia, anche il promissario acquirente dell’immobile oggetto di intervento immesso nel possesso, a condizione che sia stato stipulato un contratto preliminare di vendita dell’immobile regolarmente registrato. Per quanto riguarda le partite Iva e i condomini, via libera anche per le persone che svolgono attività di impresa o arti e professioni per i lavori sulle parti comuni degli edifici deliberate dalle assemblee condominiali.

Detrazione anche per alcune spese accessorie agli interventi

Se i lavori invece interessano singole unità immobiliari allora il bonus è riconosciuto limitatamente agli immobili estranei all’attività esercitata, appartenenti quindi solo alla sfera “privata” della vita dei contribuenti, riporta Ansa. La detrazione del 110% si allarga però fino a comprendere anche alcune spese accessorie agli interventi che beneficiano del Superbonus, purché effettivamente realizzati. Si tratta, ad esempio, dei costi per i materiali, la progettazione e le altre spese professionali connesse, come perizie e sopralluoghi, spese preliminari di progettazione e ispezione e prospezione.


Il futuro dopo il Covid-19 secondo gli italiani

“Immagina di svegliarti domani mattina e di scoprire che a fronte di nuovi dati sull’emergenza in corso è stato deciso di avviare una nuova fase, con cambiamenti e con l’introduzione di nuove norme. Prova a descrivere quello che succederà durante questa nuova fase, racconta nel dettaglio in che modo cambierà la quotidianità e cosa accadrà nel concreto rispetto alla fase attuale”.

Questa è la domanda posta dall’osservatorio settimanale di BVA Doxa, iniziato il 20 marzo, sulle previsioni degli italiani all’epoca del Coronavirus.

L’immaginario che emerge dalla nuova analisi sembra mutato rispetto alla precedente rilevazione. Ora le prospettive future sono meno estreme, e gli italiani iniziano a riflettere su quanto dovrà rimanere dell’esperienza vissuta durante l’emergenza Covid, e sulle sue conseguenze.

Il 33% si aspetta un nuovo lockdown

L’indagine rileva due macro tendenze nel prefigurare il futuro. Da una parte (65%) ci si concentra sull’evoluzione dell’emergenza, prefigurando il ritorno al lockdown o il miglioramento generale della situazione. Dall’altra (35%) l’attenzione è rivolta a quanto rimarrà in futuro di ciò che è stato provato e vissuto in questi mesi straordinari. Inoltre, il 65% degli italiani che si interrogano sulla prossima evoluzione dell’emergenza può essere ulteriormente suddiviso in due cluster. Il primo (33%), denominato Back to lockdown, riunisce chi crede che il virus potrebbe tornare a diffondersi, obbligando a un nuovo lockdown. Ma rispetto alla precedente rilevazione anche le prefigurazioni sull’evoluzione negativa dell’emergenza sono meno estreme. A maggio, infatti, prevaleva l’idea che qualora la situazione fosse peggiorata si sarebbero rese necessarie misure restrittive ancora più severe.

Per il 32% via le mascherine, ma rimarrà il distanziamento

Nel secondo cluster “Mask off, life on” (32%), ci si concentra su una risoluzione positiva dell’emergenza, con descrizioni di scenari che si focalizzano sull’abbandono di alcuni obblighi. Tuttavia, a differenza di quanto osservato nella wave precedente, queste prefigurazioni positive non arrivano a descrivere una soluzione definitiva in cui la vita tornerà totalmente come quella pre-Covid. Le opinioni al riguardo, infatti, sono più moderate: si toglierà la mascherina, ma nel ritorno alla vita di tutti i giorni si continuerà a mantenere sempre la distanza dagli altri.

Vita più digitale, ma senza arrendersi

Si suddivide in due cluster anche il restante 35% che rende un’interpretazione della normalità che raccoglie l’eredità di questi mesi di emergenza. Il primo gruppo (20%), denominato Digitalizing Life, descrive il futuro post Covid-19 prefigurando che lo smart working sarà il primo passo per una ripartenza verso una nuova normalità, con la speranza che porti a un equilibrio migliore tra vita lavorativa e vita personale. Il restante 15%, che compone il cluster No surrender, crede che l’eredità del Covid va rintracciata soprattutto nell’umore e nell’attitudine delle persone. L’idea è quella che ci sarà comunque la voglia di non farsi trovare impreparati, e di essere diventati capaci di affrontare il cambiamento senza farsi abbattere.


A maggio mutui al minimo storico

Nel mese di maggio il tasso medio di interesse sui mutui è risultato pari all’1,33%. Un minimo storico, secondo l’Abi, che nel suo bollettino mensile ricorda come a fine 2007 i tassi erano al 5,72%. Sempre a maggio, rileva ancora l’Abi, il tasso medio sul totale dei prestiti è stato pari al 2,40%, mentre a fine 2007, prima della crisi, era al 6,18%. Il margine (spread) fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie “permane in Italia su livelli particolarmente infimi”, ricorda l’Associazione bancaria italiana. A maggio risultava infatti a 185 punti base (187 punti base nel mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

Scende anche il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria

In Italia il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria da clientela (somma di depositi, obbligazioni e pronti contro termine in euro a famiglie e società non finanziarie) a maggio è stato pari allo 0,55% (0,56% nel mese precedente). Questo per effetto del tasso praticato sui depositi (conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito) dello 0,36% (0,36% anche nel mese precedente), del tasso sui PCT, che si colloca a 0,57% (1,25% il mese precedente), e del rendimento delle obbligazioni in essere, 2,02% (2,13% ad aprile 2020). riporta Adnkronos.

Prestiti, +1,5% rispetto al 2019

A maggio 2020 inoltre i prestiti a famiglie e imprese ammontano a 1.286 miliardi di euro e sono aumentati dell’1,5% rispetto a un anno fa. E sulla base di prime stime il totale prestiti a residenti in Italia (settore privato più Amministrazioni pubbliche al netto dei PCT con controparti centrali) a maggio si colloca a 1.691 miliardi di euro, segnando una variazione annua, al netto delle variazioni delle consistenze non connesse con transazioni (ad esempio, variazioni dovute a fluttuazioni del cambio, ad aggiustamenti di valore o a riclassificazioni), pari a +1,2%, come ad aprile.

Depositi, oltre 115 miliardi di euro in più rispetto a un anno prima

A fine 2007, prima dell’inizio della crisi, tali prestiti ammontavano a 1.673 miliardi, segnando da allora a oggi un aumento in valore assoluto di circa 18 miliardi di euro. In Italia i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati, a maggio, di oltre 115 miliardi di euro rispetto a un anno prima (variazione pari a +7,6% su base annuale), mentre la raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, è scesa, negli ultimi 12 mesi, di circa 10 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -4,2%).


Italiani, lockdown e Fase 2: tra timori e voglia di ripartire

Gli italiani sono stati “bravi” durante il lockdown: hanno in grandissima parte rispettato le regole e fatto i conti con i leciti timori, come ad esempio l’insicurezza legata al prendere i mezzi pubblici. Ora, con la riapertura di gran parte dei luoghi e delle attività, i nostri connazionali si sentono più rassicurati e pronti a ripartire. Ovvio però che l’esperienza vissuta abbia un impatto, anche importante, sulle abitudini e la percezione di cosa sia sicuro o meno. L’identikit degli italiani è stato disegnato dall’ultima indagine condotta in Italia da BVA Doxa relativamente agli impatti del virus Covid-19 sulla popolazione. La ricerca – condotta su un campione rappresentativo di più di 1000 italiani – ha dedicato, tra le varie tematiche, un focus particolare alle attività e ai timori degli italiani pochi giorni prima dell’inizio della “fase 2” (periodo antecedente al 4 maggio 2020) e nel periodo immediatamente successivo (tra il 4 e il 10 maggio).

Prima in casa, adesso si ritorna a uscire

Anche con l’allentamento delle misure restrittive introdotte con la Fase 1 del lockdown, si esce ancora poco di casa. Tuttavia sono gradualmente riprese le attività “non essenziali”: se prima della fase 2 solo il 13% delle persone usciva a passeggiare o a giocare con i bambini, nel periodo tra il 4 e il 10 maggio lo ha fatto il 29%. Ma, oltre a questo, sono numerose le attività che hanno visto una forte ripresa: le attività sportive all’aperto, praticate prima dall’11% e poi dal 28% dei rispondenti, uscire per prendersi cura di un parente o di un amico, dal 15% al 25%, e incontrare persone all’esterno, dall’8% al 21%. La stragrande maggioranza degli italiani, l’83%, continua a uscire principalmente per comprare beni essenziali (spesa o farmaci), percentuale rimasta sostanzialmente invariata rispetto alla Fase 1 (81%).

Meglio l’auto per gli spostamenti

L’auto, insieme alla bicicletta e al monopattino, si conferma anche nella fase 2 il mezzo considerato più sicuro per spostarsi. I mezzi pubblici sono invece ritenuti meno sicuri secondo la maggioranza degli italiani, anche se si rileva un miglioramento a seguito dell’allentamento del lockdown: la percezione di rischio per la metropolitana migliora di 20 punti (da 88% a 68%); autobus, tram e treni migliorano di più di 20 punti. In calo il timore di contrarre il virus anche usando il car sharing: da 55% a 35%. Ma va precisato che questi sono i primi dati post lockdown.

Cala la paura del contagio

L’allentamento delle misure restrittive e il lento miglioramento della curva dei contagi ha rassicurato molti italiani. Gli ospedali restano al primo posto dei luoghi a rischio con il 66% dei consensi (nella fase 1 erano l’87%), seguiti da palestre (60%), cinema e teatri (56% rispetto all’81% della fase 1), centri commerciali (47% rispetto al 75%), bar e ristoranti (44% rispetto a 72%), uffici di servizi pubblici (37% rispetto a 64%) e supermercati (32% rispetto a 59%). Anche i luoghi di lavoro – così come le farmacie, le banche e i parchi – vengono ritenuti sicuri.

Salute o economia?

Se durante il lockdown il 65% dei nostri connazionali era convinto che fosse più importante tutelare la salute collettiva anche a fronte di una crisi economica, con l’allenamento delle misure sale la percentuale (37%) di chi vorrebbe la cessazione delle restrizioni per ripartire davvero.


Post Covid, gli sviluppatori continueranno a operare da remoto

L’emergenza sanitaria che ha travolto l’Italia – e quasi tutti i paesi del mondo – ha avuto un effetto importante sul modo di lavorare di tantissime persone e altrettante aziende. Una gran parte delle imprese, che mai avevano attivato lo smart working, si sono trovate nella condizione di dover attuare piani di lavoro agile dall’oggi al domani. E, alla prova dei fatti, in molti casi si è scoperto che questa modalità può essere particolarmente vantaggiosa. Da svariate parti questa crisi planetaria è stata vista come un’opportunità per far capire alle aziende i concreti vantaggi dello smart working, come ad esempio l’aumento della produttività, l’incremento della fiducia all’interno dei team, la garanzia di un lavoro ininterrotto. Oggi, però, sorge spontanea la domanda: cosa resterà di tutto questo una volta passata la crisi? Si tornerà alla normalità, oppure il remote working resterà una prassi consolidata? Per alcune categorie di lavoratori, come gli sviluppatori informatici, probabilmente non ci sarà un ritorno al passato.

Per gli informatici potenziare il remote working è una priorità

A definire lo scenario del prossimo futuro è un’indagine condotta da Codemotion, che ha preso in esame oltre 2.000 sviluppatori tra developer d’azienda e liberi professionisti, in 30 Paesi diversi (con una larga fetta di intervistati provenienti da Italia, Germania e Spagna). Stando alla ricerca, l’85% degli sviluppatori sostiene che il potenziamento dei servizi di remote working sarà la priorità massima per i prossimi mesi. Di più: la medesima percentuale si augura che il remote working resti come un elemento basilare del lavoro del developer. “L’emergenza Covid-19 ha portato l’ambiente lavorativo ben oltre le pareti degli uffici, dando una poderosa spinta allo smart working” puntualizza spiega Carola Adami, co-founder e ceo della società di head hunting Adami&Associati. “Soprattutto nel caso delle aziende che hanno saputo utilizzare al meglio gli strumenti per il remote working, questa nuova modalità di lavoro diventerà fondamentale e irrinunciabile anche in futuro, quando la crisi sanitaria sarà alle nostre spalle”. Questo perché, “pur in un periodo delicato, sia i titolari d’azienda che i dipendenti stanno scoprendo i vantaggi del lavoro agile, e non può stupire che, tra i più entusiasti, ci siano proprio gli sviluppatori informatici”.

Lavorare da casa per una società di Berlino o di San Francisco

“La possibilità ormai comprovata di lavorare da remoto in modo efficace, e in certi casi in modo significativamente più produttivo” spiega l’head hunter “apre la porta a offerte di lavoro a livello internazionale, senza per questo dover pensare obbligatoriamente a un trasferimento. Uno sviluppatore talentuoso potrebbe infatti decidere di lavorare per uno dei più grandi poli tech del mondo, a San Francisco come a Berlino, senza considerare un trasloco: le nuove tecnologie e le norme sempre più accomodanti sul fronte dello smart working permettono di pensare al futuro del lavoro in questi termini”.


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