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Vacanze pasquali: c’è voglia di viaggiare, nonostante guerra, Covid e inflazione

La maggioranza degli italiani non è disposta a rinunciare alle vacanze primaverili di Pasqua, nemmeno nel 2022, ma il conflitto russo-ucraino, l’evoluzione della pandemia e l’aumento dei prezzi stanno condizionando la scelta della meta, che ancora una volta, ricade sull’Italia. Future4Tourism, la ricerca previsionale di Ipsos sulle intenzioni di vacanza degli italiani, ha monitorato i piani di viaggio dei nostri connazionali per le festività di Pasqua, considerando la pandemia da Covid-19, gli effetti della guerra Russia-Ucraina e la ripresa dell’inflazione.

Una gita fuori porta o un long week-end?

Nonostante le forti incertezze del periodo, il 44% degli italiani è intenzionato a prendersi una pausa durante il periodo pasquale, una quota del tutto simile a quella misurata per la Pasqua 2018, periodo distante dalle interferenze pandemiche e dalla guerra.
La pausa pasquale ha visto suddividersi quasi equamente coloro che hanno intenzione di concedersi una gita fuori porta (23%) e chi invece ha pensato di concedersi un long week-end, o anche periodi più lunghi con pernottamento (21%), decidendo per lo più di rimanere in Italia (circa 2 vacanzieri pasquali su 3). La quota di chi ha già effettuato una prenotazione però è molto contenuta (12%).

Quasi 7 italiani su 10 pronti a fare le valigie

Allargando le previsioni a tutto il periodo primaverile, i programmi di viaggio per i mesi di aprile, maggio e giugno vedono quasi 7 italiani su 10 pronti a fare le valigie. Nonostante la misurazione dei propositi di viaggio sia stata effettuata a conflitto russo-ucraino già iniziato, al momento non c’è intenzione di mettere un freno alla voglia di vacanza. E ancora una volta l’Italia sarà la destinazione più scelta (68%), con valori superiori al periodo pre-Covid. Ma se la scelta della destinazione subisce ancora l’impatto della pandemia, in questo momento è la guerra Russia-Ucraina ad avere un maggior influsso. Tra i viaggiatori primaverili, il 28% sostiene che la meta è influenzata molto dalla pandemia, quota che incrementa fino a un 37% di viaggiatori che sono invece influenzati dalla guerra.

Partire sì, ma attenti al budget

Oltre a pandemia e conflitto, un altro fattore sembra influire sulle decisioni degli italiani dei prossimi mesi: l’inflazione, e il conseguente aumento dei prezzi. Tra i potenziali viaggiatori primaverili 7 su 10 non sono disposti a rinunciare al viaggio, ma 5 su 10 sono consapevoli che pur viaggiando dovranno stare attenti al budget, e se necessario, fare qualche rinuncia. Tre sono in particolare le strategie per cercare di contenere i costi: evitare ponti e alta stagione, scegliere sistemazioni più economiche rispetto a quanto abituati a fare, ridurre la frequentazione di ristoranti e bar. È indubbio che gli operatori turistici stanno già guardando all’estate. E se da un lato i dati sono rassicuranti (a inizio marzo il 58% prevede di fare le vacanze estive 2022 tra luglio e settembre, il dato più alto registrato dal 2018), dall’altro si riduce la quota di coloro che hanno già prenotato.

Quanto ci mette un hacker a scoprire una password?

Anche zero. Può essere addirittura questo il tempo impiegato da un hacker “medio” per decriptare una password e violare un account. Il rischio è concreto a maggior ragione se la password non è sicura, ovvero breve e, ad esempio, composta da soli numeri. E’ un report di Hive Systems, società di cyber-security, a mettere in guardia gli utenti più distratti o fiduciosi, specificando che il rischio concreto di farsi soffiare i propri dati o peggio le proprie credenziali bancarie è molto concreto.

Le combinazioni troppo facili

L’utilizzo di soli numeri, ad esempio, potrebbe consentire a un cybercriminale di scoprire istantaneamente la password, a maggior ragione se è composta da 4-11 caratteri. Usare solo lettere minuscole, invece, vuol dire fornire i propri dati direttamente agli hacker. Infatti, le password da quattro a otto caratteri, che sono solo minuscole, possono essere decifrate istantaneamente. Secondo il report, una password composta da nove lettere minuscole può essere scoperta in 10 secondi. Se la password richiede 10 caratteri, quel tempo si espande a 4 minuti. Una password di 11 caratteri, che utilizza nient’altro che lettere minuscole, può essere calcolata in due ore. Gli hacker, infatti, sono diventati non solo più bravi e di conseguenza pericoli, ma anche infinitamente più rapidi nel rubare credenziali e dati.

Quale mix è preferibile?

Utilizzando un mix di lettere minuscole e maiuscole, le password da quattro a sei caratteri possono essere decifrate istantaneamente. Le password composte da sette caratteri richiedono solo due secondi per essere scoperte, mentre le password con otto, nove e dieci caratteri che utilizzano lettere minuscole e maiuscole possono essere individuate rispettivamente in due minuti, un’ora e tre giorni. Una password di 11 caratteri che utilizza lettere maiuscole e minuscole può tenere a bada un hacker per un massimo di cinque mesi. Anche mescolando lettere minuscole e maiuscole insieme a numeri, l’utilizzo di una password composta da soli quattro o sei caratteri non è affatto sicuro. E aggiungendo simboli al mix, anche una password di sei lettere potrebbe essere decifrata all’istante. In poche parole, le password devono essere lunghe e l’aggiunta di una lettera in più può fare un’enorme differenza nel mantenere i dati personali al sicuro. Se si utilizzano lettere minuscole e maiuscole, numeri e simboli, una password di dieci lettere potrebbe essere risolta in cinque mesi. Usando le stesse lettere, numeri e simboli, una password di 11 caratteri impiegherebbe fino a 34 anni per essere decifrata.

La password perfetta

Per mettersi al riparo da brutte sorprese, Hive suggerisce che una password dovrebbe contenere almeno 8 caratteri, utilizzando un mix di numeri, lettere maiuscole, lettere minuscole e simboli. Una password di 18 caratteri che utilizza il suddetto mix richiederebbe da un hacker medio fino a 438 trilioni di anni per essere decifrata.

L’ascesa degli OTT non rallenta nonostante si torna a vivere fuori casa 

Con l’aumento del tempo a disposizione e la vita prevalentemente confinata alle mura domestiche durante i periodi di lockdown negli ultimi due anni la dieta mediale degli italiani è variata sensibilmente.

In merito alla penetrazione e al tempo speso nella fruizione di diversi mezzi, nuovi e tradizionali, alcuni fenomeni si sono stabilizzati mente altri sono rientrati ai livelli pre-pandemia. E se l’esplosione della fruizione delle piattaforme Over The Top ha attirato l’attenzione di numerosi player, non sembra arrestarsi. Oggi gli OTT sono molto presenti tra il pubblico più giovane, ma stanno guadagnando terreno anche tra i segmenti più maturi. La piattaforma di GfK Sinottica è un osservatorio privilegiato sulla comprensione di questo fenomeno, rilevando in single source e in maniera continuativa i diversi comportamenti mediali dei target.

Ad aprile 2020 raggiunta una platea mensile simile a quella dei mezzi tradizionali

La fruizione di contenuti video rimane comunque fortemente ancorata alla TV lineare, anche se le curve di ascolto si stanno avvicinando velocemente, soprattutto nella GenZ.  Durante il primo lockdown, le piattaforme OTT avevano raggiunto una platea mensile (57% nel mese di aprile 2020) paragonabile a quella dei mezzi tradizionali, pari a oltre la metà della popolazione dai 14 anni in su.

Nel corso del 2020 e del 2021 tali valori si sono confermati, e sono anche cresciuti ulteriormente, raggiungendo il 60% a settembre 2021.
Il riappropriarsi di una vita ‘outdoor’ non ha dunque arrestato né ridimensionato il fenomeno, che oggi è parte integrante della ‘nuova normalità’.

I valori di penetrazione salgono maggiormente tra i più giovani 

I valori di penetrazione, già alti a totale popolazione, salgono maggiormente tra il pubblico giovane. La fruizione mensile dei contenuti VOD tra la Generazione Z e i Millennials sfiora l’80% (78% a settembre 2021). Rimane sopra la media anche tra la Generazione X, raggiunta per oltre 2/3, mentre perde terreno solo tra le fasce più anziane, dove però il fenomeno sta crescendo in maniera considerevole (+68%).

I dati offrono quindi un’istantanea di tendenza alla normalizzazione. Si tratta di un fenomeno presente nella vita di tutti gli italiani, non più circoscritto ai soli segmenti più attivi e aperti alle novità.

La TV continua a mantenere audience giornaliere più che doppie

Per quanto cresciuta in maniera importante in tutti i target, la fruizione di contenuti sulle piattaforme OTT è ancora lontana da quella della TV lineare, soprattutto quando si sposta il punto di osservazione sull’esposizione più frequente. 
Giornalmente, circa un quarto della popolazione si espone a contenuti on demand (22% a settembre), mentre gli esposti ai contenuti della TV lineare sono quasi quattro volte tanto (81%). La relazione tra i due mezzi rimane quindi un processo da monitorare. Tra la GenZ, ad esempio, le curve di fruizione si stanno avvicinando più velocemente, anche se la TV mantiene per il momento audience giornaliere più che doppie (72% vs. 31%).

Con il digitale le aziende possono ridurre le emissioni

Gli impegni presi durante la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico COP26 modificheranno le priorità delle aziende di tutto il mondo. Ci si aspetta un’accelerazione nell’adozione di modelli a zero emissioni come principio organizzativo dell’attività di business. L’enormità dell’emergenza climatica richiede subito la mobilitazione da parte delle realtà di ogni settore industriale ed economico. E la tecnologia digitale offre il percorso più diretto per ottenere gli obiettivi stabiliti negli accordi presi alla COP 26. Unlocking a sustainable future: Why digital solutions are the key to sustainable business transformation è il report condotto da Schneider Electric sul ruolo della digitalizzazione nell’arena della sostenibilità e dell’efficienza energetica.

AI e machine learning moltiplicano le opzioni per la sostenibilità

Creato insieme a CNBC Catalyst, il report descrive come aziende e istituzioni stanno sfruttando le tecnologie digitali per ridurre le emissioni di gas serra, realizzare la transizione all’energia rinnovabile, e rendere più trasparente la loro supply chain. Integrando l’intelligenza umana e quella delle macchine, le aziende incluse nel report hanno sfruttato la capacità degli algoritmi e del calcolo a elevate performance per creare cambiamenti in ambiti essenziali come l’uso dell’energia, la progettazione urbana, il consumo di risorse, l’efficienza della supply chain, e la generazione di energia elettrica

L’equilibrio tra responsabilità ambientale e sociale

L’aumento delle aspettative rispetto al raggiungimento dei risultati di sostenibilità ha alzato il livello della sfida per le aziende. I messaggi lanciati durante la COP26 hanno enfatizzato la necessità da parte di governi e aziende di dare conto del proprio impegno. Le aziende più progressiste hanno capito che un futuro più sostenibile è cruciale per assicurare la fattibilità del loro business a lungo termine. Swire Properties, ad esempio, ha avviato un percorso di decarbonizzazione focalizzato sulla riduzione dell’intensità di emissioni di gas serra nel suo portfolio immobiliare. Per farlo ha investito in strumenti di misurazione digitale efficienti, e ha stretto una partnership con Schneider Electric per creare un modello dell’efficienza energetica nei suoi edifici. Questo ha portato a una riduzione del 19% nelle emissioni di gas serra complessive generate dalle proprietà.

Il vantaggio di connettere trasformazione sostenibile e digitalizzazione

Gli investimenti in tecnologie digitali possono produrre valore rilevante se realizzati con un partner in grado di moltiplicarne gli effetti. In uno scenario in cui la digitalizzazione è cruciale per la continuità del business, risulta evidente la necessità di agire per un futuro più resiliente, anche grazie all’efficienza energetica. In questo senso, IHG Hotels & Resorts aiuta i suoi partner in franchising di tutto il mondo a misurare e gestire l’impatto ambientale usando una piattaforma online innovativa. E due hotel della catena stanno portando avanti un progetto di decarbonizzazione all’interno di un percorso verso le emissioni zero, attuato sulla base di modelli e valutazioni dell’impatto in termini di emissioni di Co2.

Ristorazione e digitalizzazione: a che punto siamo?

Uno dei settori di punta dell’economia italiana, la ristorazione, in che rapporti è con la digitalizzazione? A questa domanda ha risposto un’indagine di Qonto, soluzione di gestione finanziaria per PMI e professionisti, che ha recentemente condotto un’indagine su un campione di aziende italiane che operano nel mondo food per esaminare lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione del comparto.

La “spinta” data dal Covid
E’ innegabile che anche in questo settore, come nella maggior parte dei comparti economici, la pandemia abbia inevitabilmente dato una spinta verso la digitalizzazione. L’emergenza sanitaria, infatti, ha segnato un’accelerazione nel processo di digitalizzazione tanto tra i consumatori, con la nascita di nuove abitudini digitali per lavorare, studiare e rimanere in contatto con il mondo, quanto nelle aziende attraverso l’adozione di strumenti e tecnologie da impiegare nei processi organizzativi, produttivi, finanziari e gestionali per reagire alle misure restrittive imposte dall’emergenza sanitaria. E la ristorazione è stata tra le prime realtà a coglierne le opportunità.

PNRR e gli investimenti in digitalizzazione nel 2022
Per la stragrande maggioranza (80%) delle pmi della ristorazione intervistate da Qonto, nel 2022 gli investimenti in digitalizzazione saranno cruciali e il 96% di queste utilizzerà gli incentivi messi a disposizione dal PNRR. I principali motivi alla base della scelta sono, per oltre il 70% delle aziende, sia la possibilità che il digitale offre di ottimizzare i processi e accrescere l’efficienza della propria azienda, sia di mantenere o accrescere la propria competitività nel settore. Gli investimenti saranno destinati soprattutto ad implementare nuove attività di marketing e advertising digitale (opzione scelta dal 53% del campione), per avviare e potenziare un canale di e-commerce (45%), preso atto del forte potenziale del canale di vendita online, e per l’adozione o l’aggiornamento di software gestionali (28%).

Le priorità degli imprenditori
Il 92% degli intervistati sarebbe favorevole all’istituzione, da parte del Governo, di un “bonus” a supporto della digitalizzazione delle aziende del settore della ristorazione.
Secondo gli intervistati, tale bonus potrebbe essere utilizzato per sviluppare nuovi servizi a favore della riduzione degli sprechi alimentari in un’ottica di sostenibilità (indicazione data dal 68% delle pmi intervistate) e per una migliore gestione del business (53%). le premesse per un’evoluzione ci sono tutte, dato che è ormai superato quello che pare sembra essere lo “scoglio” maggiormente sentito dagli imprenditori della ristorazione: la mancanza di risorse. Un problema che dovrebbe essere risolto con i fondi del PNRR.

Linate e Malpensa sono a prova di Covid

Gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa sono a prova di Covid e offrono ai passeggeri un’esperienza di viaggio sicura. Lo attesta la certificazione Airport Health Accreditation, ottenuta grazie alle misure di sicurezza per la salute adottate in entrambi gli scali. Questa certificazione, rilasciata da Airports Council International, l’associazione che rappresenta gli aeroporti nel mondo, si aggiunge a quella già ottenuta a inizio agosto, Hygiene Synopsis, rilasciata da Tuv Sud, che riconosce l’impegno per la salute e le misure di sicurezza realizzate in accordo con le principali raccomandazioni internazionali dell’aviazione. Queste, indicano le linee guida promulgate da Easa (Agenzia europea per la sicurezza area) secondo l’Aviation Health Safety Protocol di Ecdc (centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), e Aci Europe, l’associazione degli aeroporti europei.

Due best practices da seguire nel settore del trasporto aereo

I protocolli e le misure adottate a Linate e a Malpensa, elaborati in collaborazione con EY-Advisory e con il Gruppo San Donato, in conformità con le migliori case histories internazionali e alle linee guida redatte dal Comitato Scientifico Gsd e Università Vita-Salute San Raffaele, sono all’avanguardia nelle procedure di contenimento alla diffusione dei virus. Con il conseguimento di questa certificazione gli aeroporti di Milano entrano quindi a far parte delle best practices da seguire nel settore del trasporto aereo.

Le misure di prevenzione e contenimento adottate da Sea

Fin dall’inizio della pandemia Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano, ha avuto come priorità la sicurezza della salute dei passeggeri e degli operatori, introducendo da subito importanti misure di prevenzione e contenimento. In quest’ottica sono stati installati i termoscanner per la rilevazione della temperatura a tutti coloro che entrano nel terminal e ai passeggeri in arrivo. Inoltre, a disposizione dei passeggeri negli scali di Milano sono stati installati circa 500 dispenser che forniscono gratuitamente gel disinfettanti per le mani.

Distanziamento, ricambio d’aria e disinfestazione garantiti

Nel rispetto della distanza fisica di almeno un metro è stata ideata una segnaletica chiara, che accompagna i passeggeri dall’entrata nel terminal fino all’imbarco, ascensori compresi. Si tratta di poster e bolloni adesivi che hanno lo scopo di facilitare una migliore e più sicura distribuzione delle persone. Anche sulle sedute si è applicato il criterio del distanziamento con l’utilizzo di cinghie elastiche. Importante sottolineare come il ricambio totale d’aria sia garantito ogni 10 minuti, così come sono state intensificate le pulizie in tutti gli scali, a cui si è affiancata un’importante disinfestazione continua su tutta la sede aeroportuale.

A maggio mutui al minimo storico

Nel mese di maggio il tasso medio di interesse sui mutui è risultato pari all’1,33%. Un minimo storico, secondo l’Abi, che nel suo bollettino mensile ricorda come a fine 2007 i tassi erano al 5,72%. Sempre a maggio, rileva ancora l’Abi, il tasso medio sul totale dei prestiti è stato pari al 2,40%, mentre a fine 2007, prima della crisi, era al 6,18%. Il margine (spread) fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie “permane in Italia su livelli particolarmente infimi”, ricorda l’Associazione bancaria italiana. A maggio risultava infatti a 185 punti base (187 punti base nel mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

Scende anche il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria

In Italia il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria da clientela (somma di depositi, obbligazioni e pronti contro termine in euro a famiglie e società non finanziarie) a maggio è stato pari allo 0,55% (0,56% nel mese precedente). Questo per effetto del tasso praticato sui depositi (conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito) dello 0,36% (0,36% anche nel mese precedente), del tasso sui PCT, che si colloca a 0,57% (1,25% il mese precedente), e del rendimento delle obbligazioni in essere, 2,02% (2,13% ad aprile 2020). riporta Adnkronos.

Prestiti, +1,5% rispetto al 2019

A maggio 2020 inoltre i prestiti a famiglie e imprese ammontano a 1.286 miliardi di euro e sono aumentati dell’1,5% rispetto a un anno fa. E sulla base di prime stime il totale prestiti a residenti in Italia (settore privato più Amministrazioni pubbliche al netto dei PCT con controparti centrali) a maggio si colloca a 1.691 miliardi di euro, segnando una variazione annua, al netto delle variazioni delle consistenze non connesse con transazioni (ad esempio, variazioni dovute a fluttuazioni del cambio, ad aggiustamenti di valore o a riclassificazioni), pari a +1,2%, come ad aprile.

Depositi, oltre 115 miliardi di euro in più rispetto a un anno prima

A fine 2007, prima dell’inizio della crisi, tali prestiti ammontavano a 1.673 miliardi, segnando da allora a oggi un aumento in valore assoluto di circa 18 miliardi di euro. In Italia i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati, a maggio, di oltre 115 miliardi di euro rispetto a un anno prima (variazione pari a +7,6% su base annuale), mentre la raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, è scesa, negli ultimi 12 mesi, di circa 10 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -4,2%).

Per il terziario la tassa sui rifiuti è sempre più cara

La TARI, la tassa sui rifiuti, continua ad aumentare, sia per i cittadini sia per le imprese. Nel 2018 è arrivata complessivamente a 9,5 miliardi di euro, più di 4,1 miliardi di euro dal 2010, pari quindi a un aumento del 76%.

Lo scostamento dai fabbisogni standard è una delle principali cause dell’aumento dei costi di gestione dei rifiuti. In Piemonte, Basilicata e Calabria si rilevano gli scostamenti maggiori, mentre Toscana e Abruzzo sono le regioni più virtuose. Nel periodo analizzato c’è stato poi un aumento generalizzato anche per la Tari pro-capite, di cui la più elevata è nel Lazio (261 euro), e la più bassa in Molise (130 euro).

Questi i principali risultati del secondo monitoraggio dell’Osservatorio Tasse Locali di Confcommercio, lo strumento dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio italiano relative alla TARI pagata dalle imprese del terziario.

Tra le attività che pagano di più ortofrutta, fiorai e pescherie

Secondo i dati dell’Osservatorio a fronte di costi sempre più alti calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali. Solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza. Nonostante ciò, a quasi tutte le categorie merceologiche si continuano ad applicare coefficienti tariffari in crescita. Tra le attività che pagano di più, ortofrutta, fiorai e pescherie (24,3 euro al metro quadro, mentre i maggiori aumenti si rilevano per discoteche, ristoranti, negozi di abbigliamento, e librerie.

Continuano a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali

Dall’analisi dei dati si registrano incrementi generalizzati della Tari sulla totalità dei capoluoghi di provincia. Un trend che porta a stimare l’ammontare complessivo della Tari per il 2018 a 9,5 miliardi di euro. Considerando che proprio il 2018 avrebbe dovuto rappresentare una svolta il dato risulta ancora più preoccupante: dal 1 gennaio 2018, infatti, secondo quanto previsto dalla legge (comma 653 dell’art. 1 L. n. 147 del 2013) i comuni avrebbero dovuto avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti. E l’aumento crescente dei costi di gestione dei rifiuti dimostra come nella tassazione continuino a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali di gestione.

Scostamento fra costi del servizio Tari e fabbisogni standard

Confrontando i costi del servizio Tari e i fabbisogni standard l’Osservatorio evidenza come quasi tutte le Regioni (considerando la media tra i capoluoghi di provincia) si discostino in misura evidente, con picchi di quasi il 36% in Piemonte, del 34% in Basilicata, del 29% in Calabria, del 27% in Liguria e del 25% in Lombardia.

La variabilità delle tariffe sui territori e l’incremento tendenziale dei costi per il servizio di gestione dei rifiuti è determinato prioritariamente dall’ammontare, spesso eccessivo, dei piani finanziari dei Comuni.

A tali aumenti, e al mancato miglioramento dei servizi offerti, si aggiunge poi il continuo ricorso a coefficienti tariffari in crescita per molte categorie.

Notizie online, le più lette da smartphone. Ma scende la fiducia nell’informazione

Per leggere le notizie online il mezzo preferito è lo smartphone. Forse perché sempre a portata di mano, in media nel mondo ogni settimana due persone su tre (66%) leggono le news sul proprio telefonino. In molti Paesi, poi, lo smartphone è il mezzo con cui si accede alle prime notizie del mattino, più della tv, della radio e dei quotidiani cartacei. Come in Italia, in cui oltre la metà (52%) si informa sui social media e app di messaggistica. Lo ha scoperto il Digital News Report 2019 di Reuters, che ha preso in esame le abitudini relative alla fruizione delle news sui dispositivi elettronici degli utenti di 38 Paesi nei sei continenti.

In Italia uno su tre legge le prime notizie su Facebook

Più in dettaglio, in Italia uno su tre (33%) legge le prime notizie su Facebook, l’8% su WhatsApp e il 5% su Instagram. Il 19% usa lo smartphone per entrare sul sito o nella app di un mezzo d’informazione, l’11% accede tramite alert e notifiche, e un altro 11% tramite gli aggregatori di notizie come Google News.

La percentuale di chi usa settimanalmente Facebook per leggere le news nell’anno in corso scende al 36% (era oltre il 40% nel 2015), mentre sale al 16% l’uso di WhatsApp e resta pressoché stabile al 10% quello di Twitter. Netta crescita di Instagram, al 9%, e di Messenger, all’8%. Snapchat si ferma al 3%, riporta Ansa.

Scende la fiducia nei mezzi di informazione

Ma la crescita del populismo, la polarizzazione delle notizie e i timori sulla disinformazione fanno diminuire nel mondo la fiducia nei mezzi d’informazione. E lo spettro delle fake news spinge un numero crescente di persone a selezionare le fonti più tradizionali e affidabili, come Ansa in Italia, Bbc News nel Regno Unito e il Wall Street Journal in Usa, considerati i più attendibili nei Paesi di riferimento. Secondo il rapporto di Reuters emerge però anche una scarsa propensione a pagare per accedere alle news.

Il 55% non sa distinguere le fake news

Se a livello globale la fiducia nelle notizie è in calo, in Italia scende dal 42% al 40%, mentre in Francia crolla di 14 punti a quota 24%, con i media presi di mira per come hanno seguito il fenomeno dei gilet gialli.

Ad esprimere più fiducia sono le persone più istruite, mentre meno fiduciosi sono i “populisti”, che si informano in modo prevalente da tv e su Facebook, mentre i non populisti prediligono Twitter.

In ogni caso, in media, il 55% degli interpellati si dichiara preoccupato dalla propria capacità di distinguere tra notizie vere e fake news. In Italia il 33% pensa che i mezzi d’informazione controllino il potere. E in questo siamo sestultimi, davanti a Singapore, Taiwan, Corea, Ungheria e Giappone. Tra i giornalisti italiani, invece, a crederlo è il 44%.

Plastic free anche al lavoro, il Mef lancia la sfida

Entro la metà del 2020 il ministero dell’Economia e delle Finanze punta a eliminare l’utilizzo della plastica monouso negli ambienti di lavoro. L’iniziativa risponde alla nuova direttiva europea, che vieta agli Stati membri l’impiego della plastica monouso entro il 2021, e aderisce alla campagna lanciata lo scorso anno dal Ministero dell’Ambiente per “liberare” le istituzioni pubbliche dalla plastica. “Contiamo di arrivare a un Mef a zero plastica in circa un anno”, conferma il Consigliere Renato Catalano, Capo Dipartimento dell’amministrazione generale, del personale e dei servizi Mef e presidente Consip.

Avviata l’eliminazione graduale della plastica destinata alla somministrazione delle bevande

Nel Palazzo delle Finanze di via XX Settembre è già in atto la raccolta differenziata delle bottigliette in plastica, che ha consentito di avviare al riciclo 6,7 tonnellate di plastica derivanti da 223.546 bottigliette annue utilizzate dai dipendenti. Inoltre, al fine di ridurre ulteriormente questi consumi, il Mef ha avviato l’eliminazione graduale della plastica destinata alla somministrazione delle bevande, calde e fredde, da parte dei distributori automatici, e metterà a disposizione del personale borracce personalizzate in alluminio. All’interno del Mef è presente anche un asilo nido ecosostenibile in grado di ospitare fino a 54 bambini, che utilizza materiali ecocompatibili invece dei tradizionali utensili di plastica monouso (piatti, posate e bicchieri).

Aumentano le iniziative di e-procurement che prevedono criteri e requisiti ambientali

Questo percorso di raggiungimento di un ambiente di lavoro più ecosostenibile coinvolge non solo il Mef, ma anche altre componenti dell’amministrazione economico finanziaria. Tra queste c’è la centrale acquisti della Pubblica Amministrazione, la Consip, partecipata al 100% dal ministero dell’Economia e delle Finanze. A oggi, riferisce Adnkronos, il numero di iniziative di e-procurement che prevedono criteri e requisiti ambientali è progressivamente aumentato. I dati Consip fanno emergere che sono ecosostenibili circa il 91% delle convenzioni attive e aggiudicate, il 60% degli Accordi quadro attivi, l’85% delle iniziative sul MePA (Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione) e il 71% di quelle sul Sistema dinamico di acquisto della Pa.

PA, risparmiati 380 milioni di euro, evitate emissioni di Co2 per 1,9 milioni di tonnellate

Grazie a queste iniziative gli acquisti verdi effettuati dalle PA tramite strumenti Consip sono stati pari a 13,2 miliardi di euro dal 2014 al 2017. Consip stima che questo comportamento al consumo nel solo 2017 abbia prodotto un risparmio economico per la Pubblica Amministrazione di 380 milioni di euro. E, in termini ambientali, abbia evitato l’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di Co2 sul ciclo di vita dei prodotti.