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Occupazione: a giugno tasso record dal 1977

Dopo il calo registrato a maggio nel mese di giugno 2022 il numero di occupati torna ad aumentare e supera nuovamente i 23 milioni per effetto della crescita dei dipendenti permanenti. Rispetto a giugno 2021, in Italia l’incremento di oltre 400 mila occupati è determinato appunto dai dipendenti, che a giugno di quest’anno ammontano a 18 milioni e100 mila, il valore più alto dal 1977, il primo anno della serie storica. Secondo i dati Istat, l’occupazione quindi è a livelli record, con un tasso che sale al 60,1% (+0,2%), mentre quello della disoccupazione è stabile all’8,1%, e il tasso di inattività scende al 34,5%.

Cresce il numero di occupati e diminuisce quello di disoccupati e inattivi

Anche rispetto a maggio, a giugno cresce quindi il numero di occupati e diminuisce quello di disoccupati e inattivi. L’occupazione aumenta del +0,4%, pari a +86 mila occupati, per entrambi i sessi, per i dipendenti permanenti e in tutte le classi d’età, a eccezione dei 35-49enni, tra quali il tasso diminuisce. Ed è in calo anche tra gli autonomi e i dipendenti a termine. Il lieve calo del numero di persone in cerca di lavoro (-0,2%, pari a -4mila unità rispetto a maggio) si osserva tra le donne e tra chi ha più di 25 anni d’età.

Disoccupazione stabile all’8,1%

Quanto al tasso di disoccupazione, è stabile all’8,1% e sale al 23,1% tra i giovani (+1,7%). La diminuzione del numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -91mila unità) coinvolge gli uomini, le donne e le classi d’età al di sotto dei 50 anni, mentre il tasso di inattività scende al 34,5% (-0,2%).
Confrontando il secondo trimestre del 2022 con il primo trimestre dell’anno si registra un aumento del livello di occupazione pari allo 0,4%, per un totale di 90mila occupati in più. La crescita dell’occupazione registrata nel confronto trimestrale si associa alla diminuzione sia delle persone in cerca di lavoro (-3,8%, pari a -81mila unità), sia degli inattivi (-0,5%, pari a -61mila unità).

Un aumento trasversale per genere ed età

Inoltre, a giugno 2022 il numero di occupati supera quello di giugno 2021 dell’1,8% (+400 mila unità), riferisce Adnkronos. L’aumento è trasversale per genere ed età, l’unica variazione negativa si registra tra i 35-49enni per effetto della dinamica demografica. Il tasso di occupazione, in aumento di 1,6 punti percentuali, sale infatti anche tra i 35-49enni (+0,9 punti) perché in questa classe di età la diminuzione del numero di occupati è meno marcata di quella della popolazione complessiva. Rispetto a giugno 2021, diminuisce anche il numero di persone in cerca di lavoro (-13,7%, pari a -321 mila unità) e il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,0%, pari a -400mila).

Un italiano su 4 in difficoltà per inflazione e guerra

L’aumento dei prezzi che tutti noi stiamo vivendo quotidianamente è principalmente dovuto ai rincari energetici e all’inflazione. Ed è un dato di fatto che pesi sul bilancio delle famiglie italiane. Lo conferma la ricerca che Facile.it ha commissionato a mUp Research e Norstat per fotografare come i consumatori stiano affrontando l’attuale scenario economico. 

Impatto negativo per 11 milioni di italiani

Più di 1 italiano su 4, dato equivalente ad oltre 11 milioni di individui (26%), ha dichiarato che l’aumento dei prezzi in corso ormai da 3 mesi ha avuto un impatto molto negativo sul proprio bilancio familiare. Per far fronte ai rincari gli italiani hanno adottato diverse strategie; c’è chi ha ridotto, se non del tutto eliminato, alcune voci di spesa (66% dei rispondenti), mentre oltre 4,7 milioni di individui per far quadrare i conti, hanno dovuto lasciare indietro alcune spese comunque scadute come, ad esempio, le bollette di luce e gas o le rate del condominio. Ci sono anche delle differenze a livello territoriale: ad esempio, dai dati raccolti, l’aumento dei prezzi sembra aver colpito più duramente i rispondenti residenti nel Centro Italia (31%) e coloro con età compresa tra i 25-34 anni e i 45-54 anni (31%).

Le aree in cui si punta a risparmiare

L’aumento del costo delle materie prime ha avuto un forte impatto sul carrello della spesa e questo ha spinto molti consumatori a cambiare le proprie abitudini d’acquisto o alimentari. Secondo l’indagine, molti hanno affrontato i rincari orientandosi su marchi più economici (41%) o cambiando punto vendita (28%). Soluzioni spesso non sufficienti tanto che, comunque, 35 milioni di consumatori hanno ridotto, se non addirittura eliminato, dalla loro tavola alcuni alimenti; non solo dolci (46%), snack (44%), alcolici (39%), ma anche alimenti come carne (43%) e pesce (30%). C’è addirittura chi ha ridotto notevolmente l’acquisto di frutta (4,5 milioni di individui), pasta (3,4 milioni) e verdura (2,9 milioni). Dalla tavola al tempo libero; più di 2 italiani su tre hanno ridotto le uscite al ristorante, mentre il 48% ha deciso di limitare i viaggi.

Auto, casa, bollette

Il caro-benzina è uno dei problemi con cui tutti gli automobilisti hanno dovuto fare i conti; per far fronte agli aumenti il 46% dei rispondenti, molto semplicemente, ha detto di aver ridotto l’uso dell’auto nel tempo libero, mentre il 47% ha cercato di risparmiare prestando maggiore attenzione nella scelta della pompa di benzina. Altra voce di spesa cresciuta notevolmente negli ultimi mesi è quella dell’energia elettrica e del gas. In questo caso gli italiani hanno cercato di far fronte agli aumenti impegnandosi nella riduzione dei consumi, ad esempio facendo più attenzione all’illuminazione domestica (61%), abbassando il riscaldamento (46%), ottimizzando l’uso degli elettrodomestici (42%) o consumando meno acqua calda (26%). Circa 10 milioni di italiani, invece, hanno cercato di risparmiare sulla bolletta luce e gas semplicemente cambiando fornitore di energia.

Vacanze pasquali: c’è voglia di viaggiare, nonostante guerra, Covid e inflazione

La maggioranza degli italiani non è disposta a rinunciare alle vacanze primaverili di Pasqua, nemmeno nel 2022, ma il conflitto russo-ucraino, l’evoluzione della pandemia e l’aumento dei prezzi stanno condizionando la scelta della meta, che ancora una volta, ricade sull’Italia. Future4Tourism, la ricerca previsionale di Ipsos sulle intenzioni di vacanza degli italiani, ha monitorato i piani di viaggio dei nostri connazionali per le festività di Pasqua, considerando la pandemia da Covid-19, gli effetti della guerra Russia-Ucraina e la ripresa dell’inflazione.

Una gita fuori porta o un long week-end?

Nonostante le forti incertezze del periodo, il 44% degli italiani è intenzionato a prendersi una pausa durante il periodo pasquale, una quota del tutto simile a quella misurata per la Pasqua 2018, periodo distante dalle interferenze pandemiche e dalla guerra.
La pausa pasquale ha visto suddividersi quasi equamente coloro che hanno intenzione di concedersi una gita fuori porta (23%) e chi invece ha pensato di concedersi un long week-end, o anche periodi più lunghi con pernottamento (21%), decidendo per lo più di rimanere in Italia (circa 2 vacanzieri pasquali su 3). La quota di chi ha già effettuato una prenotazione però è molto contenuta (12%).

Quasi 7 italiani su 10 pronti a fare le valigie

Allargando le previsioni a tutto il periodo primaverile, i programmi di viaggio per i mesi di aprile, maggio e giugno vedono quasi 7 italiani su 10 pronti a fare le valigie. Nonostante la misurazione dei propositi di viaggio sia stata effettuata a conflitto russo-ucraino già iniziato, al momento non c’è intenzione di mettere un freno alla voglia di vacanza. E ancora una volta l’Italia sarà la destinazione più scelta (68%), con valori superiori al periodo pre-Covid. Ma se la scelta della destinazione subisce ancora l’impatto della pandemia, in questo momento è la guerra Russia-Ucraina ad avere un maggior influsso. Tra i viaggiatori primaverili, il 28% sostiene che la meta è influenzata molto dalla pandemia, quota che incrementa fino a un 37% di viaggiatori che sono invece influenzati dalla guerra.

Partire sì, ma attenti al budget

Oltre a pandemia e conflitto, un altro fattore sembra influire sulle decisioni degli italiani dei prossimi mesi: l’inflazione, e il conseguente aumento dei prezzi. Tra i potenziali viaggiatori primaverili 7 su 10 non sono disposti a rinunciare al viaggio, ma 5 su 10 sono consapevoli che pur viaggiando dovranno stare attenti al budget, e se necessario, fare qualche rinuncia. Tre sono in particolare le strategie per cercare di contenere i costi: evitare ponti e alta stagione, scegliere sistemazioni più economiche rispetto a quanto abituati a fare, ridurre la frequentazione di ristoranti e bar. È indubbio che gli operatori turistici stanno già guardando all’estate. E se da un lato i dati sono rassicuranti (a inizio marzo il 58% prevede di fare le vacanze estive 2022 tra luglio e settembre, il dato più alto registrato dal 2018), dall’altro si riduce la quota di coloro che hanno già prenotato.

Quanto ci mette un hacker a scoprire una password?

Anche zero. Può essere addirittura questo il tempo impiegato da un hacker “medio” per decriptare una password e violare un account. Il rischio è concreto a maggior ragione se la password non è sicura, ovvero breve e, ad esempio, composta da soli numeri. E’ un report di Hive Systems, società di cyber-security, a mettere in guardia gli utenti più distratti o fiduciosi, specificando che il rischio concreto di farsi soffiare i propri dati o peggio le proprie credenziali bancarie è molto concreto.

Le combinazioni troppo facili

L’utilizzo di soli numeri, ad esempio, potrebbe consentire a un cybercriminale di scoprire istantaneamente la password, a maggior ragione se è composta da 4-11 caratteri. Usare solo lettere minuscole, invece, vuol dire fornire i propri dati direttamente agli hacker. Infatti, le password da quattro a otto caratteri, che sono solo minuscole, possono essere decifrate istantaneamente. Secondo il report, una password composta da nove lettere minuscole può essere scoperta in 10 secondi. Se la password richiede 10 caratteri, quel tempo si espande a 4 minuti. Una password di 11 caratteri, che utilizza nient’altro che lettere minuscole, può essere calcolata in due ore. Gli hacker, infatti, sono diventati non solo più bravi e di conseguenza pericoli, ma anche infinitamente più rapidi nel rubare credenziali e dati.

Quale mix è preferibile?

Utilizzando un mix di lettere minuscole e maiuscole, le password da quattro a sei caratteri possono essere decifrate istantaneamente. Le password composte da sette caratteri richiedono solo due secondi per essere scoperte, mentre le password con otto, nove e dieci caratteri che utilizzano lettere minuscole e maiuscole possono essere individuate rispettivamente in due minuti, un’ora e tre giorni. Una password di 11 caratteri che utilizza lettere maiuscole e minuscole può tenere a bada un hacker per un massimo di cinque mesi. Anche mescolando lettere minuscole e maiuscole insieme a numeri, l’utilizzo di una password composta da soli quattro o sei caratteri non è affatto sicuro. E aggiungendo simboli al mix, anche una password di sei lettere potrebbe essere decifrata all’istante. In poche parole, le password devono essere lunghe e l’aggiunta di una lettera in più può fare un’enorme differenza nel mantenere i dati personali al sicuro. Se si utilizzano lettere minuscole e maiuscole, numeri e simboli, una password di dieci lettere potrebbe essere risolta in cinque mesi. Usando le stesse lettere, numeri e simboli, una password di 11 caratteri impiegherebbe fino a 34 anni per essere decifrata.

La password perfetta

Per mettersi al riparo da brutte sorprese, Hive suggerisce che una password dovrebbe contenere almeno 8 caratteri, utilizzando un mix di numeri, lettere maiuscole, lettere minuscole e simboli. Una password di 18 caratteri che utilizza il suddetto mix richiederebbe da un hacker medio fino a 438 trilioni di anni per essere decifrata.

L’ascesa degli OTT non rallenta nonostante si torna a vivere fuori casa 

Con l’aumento del tempo a disposizione e la vita prevalentemente confinata alle mura domestiche durante i periodi di lockdown negli ultimi due anni la dieta mediale degli italiani è variata sensibilmente.

In merito alla penetrazione e al tempo speso nella fruizione di diversi mezzi, nuovi e tradizionali, alcuni fenomeni si sono stabilizzati mente altri sono rientrati ai livelli pre-pandemia. E se l’esplosione della fruizione delle piattaforme Over The Top ha attirato l’attenzione di numerosi player, non sembra arrestarsi. Oggi gli OTT sono molto presenti tra il pubblico più giovane, ma stanno guadagnando terreno anche tra i segmenti più maturi. La piattaforma di GfK Sinottica è un osservatorio privilegiato sulla comprensione di questo fenomeno, rilevando in single source e in maniera continuativa i diversi comportamenti mediali dei target.

Ad aprile 2020 raggiunta una platea mensile simile a quella dei mezzi tradizionali

La fruizione di contenuti video rimane comunque fortemente ancorata alla TV lineare, anche se le curve di ascolto si stanno avvicinando velocemente, soprattutto nella GenZ.  Durante il primo lockdown, le piattaforme OTT avevano raggiunto una platea mensile (57% nel mese di aprile 2020) paragonabile a quella dei mezzi tradizionali, pari a oltre la metà della popolazione dai 14 anni in su.

Nel corso del 2020 e del 2021 tali valori si sono confermati, e sono anche cresciuti ulteriormente, raggiungendo il 60% a settembre 2021.
Il riappropriarsi di una vita ‘outdoor’ non ha dunque arrestato né ridimensionato il fenomeno, che oggi è parte integrante della ‘nuova normalità’.

I valori di penetrazione salgono maggiormente tra i più giovani 

I valori di penetrazione, già alti a totale popolazione, salgono maggiormente tra il pubblico giovane. La fruizione mensile dei contenuti VOD tra la Generazione Z e i Millennials sfiora l’80% (78% a settembre 2021). Rimane sopra la media anche tra la Generazione X, raggiunta per oltre 2/3, mentre perde terreno solo tra le fasce più anziane, dove però il fenomeno sta crescendo in maniera considerevole (+68%).

I dati offrono quindi un’istantanea di tendenza alla normalizzazione. Si tratta di un fenomeno presente nella vita di tutti gli italiani, non più circoscritto ai soli segmenti più attivi e aperti alle novità.

La TV continua a mantenere audience giornaliere più che doppie

Per quanto cresciuta in maniera importante in tutti i target, la fruizione di contenuti sulle piattaforme OTT è ancora lontana da quella della TV lineare, soprattutto quando si sposta il punto di osservazione sull’esposizione più frequente. 
Giornalmente, circa un quarto della popolazione si espone a contenuti on demand (22% a settembre), mentre gli esposti ai contenuti della TV lineare sono quasi quattro volte tanto (81%). La relazione tra i due mezzi rimane quindi un processo da monitorare. Tra la GenZ, ad esempio, le curve di fruizione si stanno avvicinando più velocemente, anche se la TV mantiene per il momento audience giornaliere più che doppie (72% vs. 31%).

Con il digitale le aziende possono ridurre le emissioni

Gli impegni presi durante la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico COP26 modificheranno le priorità delle aziende di tutto il mondo. Ci si aspetta un’accelerazione nell’adozione di modelli a zero emissioni come principio organizzativo dell’attività di business. L’enormità dell’emergenza climatica richiede subito la mobilitazione da parte delle realtà di ogni settore industriale ed economico. E la tecnologia digitale offre il percorso più diretto per ottenere gli obiettivi stabiliti negli accordi presi alla COP 26. Unlocking a sustainable future: Why digital solutions are the key to sustainable business transformation è il report condotto da Schneider Electric sul ruolo della digitalizzazione nell’arena della sostenibilità e dell’efficienza energetica.

AI e machine learning moltiplicano le opzioni per la sostenibilità

Creato insieme a CNBC Catalyst, il report descrive come aziende e istituzioni stanno sfruttando le tecnologie digitali per ridurre le emissioni di gas serra, realizzare la transizione all’energia rinnovabile, e rendere più trasparente la loro supply chain. Integrando l’intelligenza umana e quella delle macchine, le aziende incluse nel report hanno sfruttato la capacità degli algoritmi e del calcolo a elevate performance per creare cambiamenti in ambiti essenziali come l’uso dell’energia, la progettazione urbana, il consumo di risorse, l’efficienza della supply chain, e la generazione di energia elettrica

L’equilibrio tra responsabilità ambientale e sociale

L’aumento delle aspettative rispetto al raggiungimento dei risultati di sostenibilità ha alzato il livello della sfida per le aziende. I messaggi lanciati durante la COP26 hanno enfatizzato la necessità da parte di governi e aziende di dare conto del proprio impegno. Le aziende più progressiste hanno capito che un futuro più sostenibile è cruciale per assicurare la fattibilità del loro business a lungo termine. Swire Properties, ad esempio, ha avviato un percorso di decarbonizzazione focalizzato sulla riduzione dell’intensità di emissioni di gas serra nel suo portfolio immobiliare. Per farlo ha investito in strumenti di misurazione digitale efficienti, e ha stretto una partnership con Schneider Electric per creare un modello dell’efficienza energetica nei suoi edifici. Questo ha portato a una riduzione del 19% nelle emissioni di gas serra complessive generate dalle proprietà.

Il vantaggio di connettere trasformazione sostenibile e digitalizzazione

Gli investimenti in tecnologie digitali possono produrre valore rilevante se realizzati con un partner in grado di moltiplicarne gli effetti. In uno scenario in cui la digitalizzazione è cruciale per la continuità del business, risulta evidente la necessità di agire per un futuro più resiliente, anche grazie all’efficienza energetica. In questo senso, IHG Hotels & Resorts aiuta i suoi partner in franchising di tutto il mondo a misurare e gestire l’impatto ambientale usando una piattaforma online innovativa. E due hotel della catena stanno portando avanti un progetto di decarbonizzazione all’interno di un percorso verso le emissioni zero, attuato sulla base di modelli e valutazioni dell’impatto in termini di emissioni di Co2.

Ristorazione e digitalizzazione: a che punto siamo?

Uno dei settori di punta dell’economia italiana, la ristorazione, in che rapporti è con la digitalizzazione? A questa domanda ha risposto un’indagine di Qonto, soluzione di gestione finanziaria per PMI e professionisti, che ha recentemente condotto un’indagine su un campione di aziende italiane che operano nel mondo food per esaminare lo stato dell’arte e gli sviluppi in materia di digitalizzazione del comparto.

La “spinta” data dal Covid
E’ innegabile che anche in questo settore, come nella maggior parte dei comparti economici, la pandemia abbia inevitabilmente dato una spinta verso la digitalizzazione. L’emergenza sanitaria, infatti, ha segnato un’accelerazione nel processo di digitalizzazione tanto tra i consumatori, con la nascita di nuove abitudini digitali per lavorare, studiare e rimanere in contatto con il mondo, quanto nelle aziende attraverso l’adozione di strumenti e tecnologie da impiegare nei processi organizzativi, produttivi, finanziari e gestionali per reagire alle misure restrittive imposte dall’emergenza sanitaria. E la ristorazione è stata tra le prime realtà a coglierne le opportunità.

PNRR e gli investimenti in digitalizzazione nel 2022
Per la stragrande maggioranza (80%) delle pmi della ristorazione intervistate da Qonto, nel 2022 gli investimenti in digitalizzazione saranno cruciali e il 96% di queste utilizzerà gli incentivi messi a disposizione dal PNRR. I principali motivi alla base della scelta sono, per oltre il 70% delle aziende, sia la possibilità che il digitale offre di ottimizzare i processi e accrescere l’efficienza della propria azienda, sia di mantenere o accrescere la propria competitività nel settore. Gli investimenti saranno destinati soprattutto ad implementare nuove attività di marketing e advertising digitale (opzione scelta dal 53% del campione), per avviare e potenziare un canale di e-commerce (45%), preso atto del forte potenziale del canale di vendita online, e per l’adozione o l’aggiornamento di software gestionali (28%).

Le priorità degli imprenditori
Il 92% degli intervistati sarebbe favorevole all’istituzione, da parte del Governo, di un “bonus” a supporto della digitalizzazione delle aziende del settore della ristorazione.
Secondo gli intervistati, tale bonus potrebbe essere utilizzato per sviluppare nuovi servizi a favore della riduzione degli sprechi alimentari in un’ottica di sostenibilità (indicazione data dal 68% delle pmi intervistate) e per una migliore gestione del business (53%). le premesse per un’evoluzione ci sono tutte, dato che è ormai superato quello che pare sembra essere lo “scoglio” maggiormente sentito dagli imprenditori della ristorazione: la mancanza di risorse. Un problema che dovrebbe essere risolto con i fondi del PNRR.

Linate e Malpensa sono a prova di Covid

Gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa sono a prova di Covid e offrono ai passeggeri un’esperienza di viaggio sicura. Lo attesta la certificazione Airport Health Accreditation, ottenuta grazie alle misure di sicurezza per la salute adottate in entrambi gli scali. Questa certificazione, rilasciata da Airports Council International, l’associazione che rappresenta gli aeroporti nel mondo, si aggiunge a quella già ottenuta a inizio agosto, Hygiene Synopsis, rilasciata da Tuv Sud, che riconosce l’impegno per la salute e le misure di sicurezza realizzate in accordo con le principali raccomandazioni internazionali dell’aviazione. Queste, indicano le linee guida promulgate da Easa (Agenzia europea per la sicurezza area) secondo l’Aviation Health Safety Protocol di Ecdc (centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), e Aci Europe, l’associazione degli aeroporti europei.

Due best practices da seguire nel settore del trasporto aereo

I protocolli e le misure adottate a Linate e a Malpensa, elaborati in collaborazione con EY-Advisory e con il Gruppo San Donato, in conformità con le migliori case histories internazionali e alle linee guida redatte dal Comitato Scientifico Gsd e Università Vita-Salute San Raffaele, sono all’avanguardia nelle procedure di contenimento alla diffusione dei virus. Con il conseguimento di questa certificazione gli aeroporti di Milano entrano quindi a far parte delle best practices da seguire nel settore del trasporto aereo.

Le misure di prevenzione e contenimento adottate da Sea

Fin dall’inizio della pandemia Sea, la società di gestione degli aeroporti di Milano, ha avuto come priorità la sicurezza della salute dei passeggeri e degli operatori, introducendo da subito importanti misure di prevenzione e contenimento. In quest’ottica sono stati installati i termoscanner per la rilevazione della temperatura a tutti coloro che entrano nel terminal e ai passeggeri in arrivo. Inoltre, a disposizione dei passeggeri negli scali di Milano sono stati installati circa 500 dispenser che forniscono gratuitamente gel disinfettanti per le mani.

Distanziamento, ricambio d’aria e disinfestazione garantiti

Nel rispetto della distanza fisica di almeno un metro è stata ideata una segnaletica chiara, che accompagna i passeggeri dall’entrata nel terminal fino all’imbarco, ascensori compresi. Si tratta di poster e bolloni adesivi che hanno lo scopo di facilitare una migliore e più sicura distribuzione delle persone. Anche sulle sedute si è applicato il criterio del distanziamento con l’utilizzo di cinghie elastiche. Importante sottolineare come il ricambio totale d’aria sia garantito ogni 10 minuti, così come sono state intensificate le pulizie in tutti gli scali, a cui si è affiancata un’importante disinfestazione continua su tutta la sede aeroportuale.

A maggio mutui al minimo storico

Nel mese di maggio il tasso medio di interesse sui mutui è risultato pari all’1,33%. Un minimo storico, secondo l’Abi, che nel suo bollettino mensile ricorda come a fine 2007 i tassi erano al 5,72%. Sempre a maggio, rileva ancora l’Abi, il tasso medio sul totale dei prestiti è stato pari al 2,40%, mentre a fine 2007, prima della crisi, era al 6,18%. Il margine (spread) fra il tasso medio sui prestiti e quello medio sulla raccolta a famiglie e società non finanziarie “permane in Italia su livelli particolarmente infimi”, ricorda l’Associazione bancaria italiana. A maggio risultava infatti a 185 punti base (187 punti base nel mese precedente), in marcato calo dagli oltre 300 punti base di prima della crisi finanziaria (335 punti base a fine 2007).

Scende anche il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria

In Italia il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria da clientela (somma di depositi, obbligazioni e pronti contro termine in euro a famiglie e società non finanziarie) a maggio è stato pari allo 0,55% (0,56% nel mese precedente). Questo per effetto del tasso praticato sui depositi (conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito) dello 0,36% (0,36% anche nel mese precedente), del tasso sui PCT, che si colloca a 0,57% (1,25% il mese precedente), e del rendimento delle obbligazioni in essere, 2,02% (2,13% ad aprile 2020). riporta Adnkronos.

Prestiti, +1,5% rispetto al 2019

A maggio 2020 inoltre i prestiti a famiglie e imprese ammontano a 1.286 miliardi di euro e sono aumentati dell’1,5% rispetto a un anno fa. E sulla base di prime stime il totale prestiti a residenti in Italia (settore privato più Amministrazioni pubbliche al netto dei PCT con controparti centrali) a maggio si colloca a 1.691 miliardi di euro, segnando una variazione annua, al netto delle variazioni delle consistenze non connesse con transazioni (ad esempio, variazioni dovute a fluttuazioni del cambio, ad aggiustamenti di valore o a riclassificazioni), pari a +1,2%, come ad aprile.

Depositi, oltre 115 miliardi di euro in più rispetto a un anno prima

A fine 2007, prima dell’inizio della crisi, tali prestiti ammontavano a 1.673 miliardi, segnando da allora a oggi un aumento in valore assoluto di circa 18 miliardi di euro. In Italia i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati, a maggio, di oltre 115 miliardi di euro rispetto a un anno prima (variazione pari a +7,6% su base annuale), mentre la raccolta a medio e lungo termine, cioè tramite obbligazioni, è scesa, negli ultimi 12 mesi, di circa 10 miliardi di euro in valore assoluto (pari a -4,2%).

Per il terziario la tassa sui rifiuti è sempre più cara

La TARI, la tassa sui rifiuti, continua ad aumentare, sia per i cittadini sia per le imprese. Nel 2018 è arrivata complessivamente a 9,5 miliardi di euro, più di 4,1 miliardi di euro dal 2010, pari quindi a un aumento del 76%.

Lo scostamento dai fabbisogni standard è una delle principali cause dell’aumento dei costi di gestione dei rifiuti. In Piemonte, Basilicata e Calabria si rilevano gli scostamenti maggiori, mentre Toscana e Abruzzo sono le regioni più virtuose. Nel periodo analizzato c’è stato poi un aumento generalizzato anche per la Tari pro-capite, di cui la più elevata è nel Lazio (261 euro), e la più bassa in Molise (130 euro).

Questi i principali risultati del secondo monitoraggio dell’Osservatorio Tasse Locali di Confcommercio, lo strumento dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio italiano relative alla TARI pagata dalle imprese del terziario.

Tra le attività che pagano di più ortofrutta, fiorai e pescherie

Secondo i dati dell’Osservatorio a fronte di costi sempre più alti calano livello e quantità dei servizi offerti dalle amministrazioni locali. Solo 5 Regioni (Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte e Veneto) si collocano sopra il livello di sufficienza. Nonostante ciò, a quasi tutte le categorie merceologiche si continuano ad applicare coefficienti tariffari in crescita. Tra le attività che pagano di più, ortofrutta, fiorai e pescherie (24,3 euro al metro quadro, mentre i maggiori aumenti si rilevano per discoteche, ristoranti, negozi di abbigliamento, e librerie.

Continuano a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali

Dall’analisi dei dati si registrano incrementi generalizzati della Tari sulla totalità dei capoluoghi di provincia. Un trend che porta a stimare l’ammontare complessivo della Tari per il 2018 a 9,5 miliardi di euro. Considerando che proprio il 2018 avrebbe dovuto rappresentare una svolta il dato risulta ancora più preoccupante: dal 1 gennaio 2018, infatti, secondo quanto previsto dalla legge (comma 653 dell’art. 1 L. n. 147 del 2013) i comuni avrebbero dovuto avvalersi anche delle risultanze dei fabbisogni standard nella determinazione dei costi relativi al servizio di smaltimento dei rifiuti. E l’aumento crescente dei costi di gestione dei rifiuti dimostra come nella tassazione continuino a permanere voci di costo improprie a copertura di inefficienze locali di gestione.

Scostamento fra costi del servizio Tari e fabbisogni standard

Confrontando i costi del servizio Tari e i fabbisogni standard l’Osservatorio evidenza come quasi tutte le Regioni (considerando la media tra i capoluoghi di provincia) si discostino in misura evidente, con picchi di quasi il 36% in Piemonte, del 34% in Basilicata, del 29% in Calabria, del 27% in Liguria e del 25% in Lombardia.

La variabilità delle tariffe sui territori e l’incremento tendenziale dei costi per il servizio di gestione dei rifiuti è determinato prioritariamente dall’ammontare, spesso eccessivo, dei piani finanziari dei Comuni.

A tali aumenti, e al mancato miglioramento dei servizi offerti, si aggiunge poi il continuo ricorso a coefficienti tariffari in crescita per molte categorie.