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Il vino e i giovani: cresce il consumo, ma responsabile e di qualità

Secondo lo studio di Enpaia-Censis, dal titolo Responsabile e di qualità: il rapporto dei giovani col vino, i numeri parlano chiaro. Dal 1993 al 2020 il vino ha visto crescere la quota di giovani che lo consuma, passati dal 48,7% al 53,2%. Al contempo, i giovani che bevono più di mezzo litro al giorno è scesa dal 3,9% a meno dell’1%. Infatti, tra i giovani che consumano vino, il 70,9% lo fa raramente, il 10,4% uno o due bicchieri al giorno e il 17,3% solo stagionalmente. Insomma, il consumo di vino è una invariante delle abitudini, componente significativa della buona dieta guidata dalla ricerca della qualità e dal suo ruolo di moltiplicatore della buona relazionalità. Ma è anche un prodotto strategico per l’economia italiana, con un sensibile incremento di consumatori tra i giovani, che scelgono di bere in maniera responsabile e vedono nell’italianità il principale criterio di scelta.

“Mi piace bere vino, ma senza eccessi”

Il 79,9% dei giovani tra 18 e 34 anni afferma che nel rapporto con il vino vale la logica meglio meno, ma di qualità, e il 70,4% dichiara: “Mi piace bere vino, ma senza eccessi”.
Insomma, il vino richiama l’idea di un alimento che dà piacere e contribuisce al benessere soggettivo, non di un catalizzatore di sregolatezza. L’italianità come criterio di scelta è invece segnalata dal 79,3% dei giovani, perché percepita come garanzia di qualità. Il riferimento alle certificazioni Dop (85,9%) o Igp (85,2%) mostra poi come i giovani siano attenti al legame tra vini e territorio. Un segnale della riscoperta nella cultura del consumo giovanile della tipicità locale.

Tipicità, marchio e sostenibilità

La tipicità, proiezione anche della biodiversità del nostro territorio, è infatti una bussola nelle scelte dei giovani consumatori: il 94,9% dichiara di acquistare spesso prodotti tipici dei territori del nostro Paese. Il marchio del prodotto, invece, conta per il 36,1% dei giovani, mentre è alta la valutazione che viene data della tracciabilità dei prodotti, vino incluso. Il 92% dei giovani, riporta Italpress, è pronto a pagare qualche euro in più sul prezzo base per i prodotti di cui riescono a conoscere biografia e connotati. Il 56,8%, poi, è ben orientato verso vini biologici e apprezza aziende agricole attente alla sostenibilità ambientale.

Un parte integrante del nostro stile di vita

“Quello vitivinicolo è un settore di assoluto prestigio, molto valorizzato soprattutto dai giovani, che nelle loro scelte di consumo mostrano particolare considerazione verso il vino biologico e di qualità – commenta Giorgio Piazza, presidente della Fondazione Enpaia -. I giovani bevono vino in maniera moderata e responsabile, aprendosi così alla convivialità e alla socialità”.
Non è n caso che il vino sia al centro di momenti significativi di convivialità anche negli esercizi pubblici, “di cui gli italiani hanno avuto nostalgia nell’emergenza sanitaria – aggiunge Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis -. Un rapporto maturo e responsabile col vino, quindi, è parte integrante del nostro stile di vita, tanto apprezzato nel mondo”.

L’Italia è seconda in Europa per le accise sulla benzina

Se ne sono accorti tutti gli automobilisti italiani: tra l’impennata dei prezzi delle materie prime come conseguenza indiretta della pandemia da Covid-19 e le recenti tensioni in Ucraina i costi del carburante stanno lievitando. La benzina ha infatti superato i 2 euro al litro, e secondo i calcoli di Facile.it sui dati dell’European Environment Energy, nel corso del 2022 arriveremo a spendere oltre 1.750 euro all’anno per fare il pieno a un’auto alimentata a benzina. Per scongiurare questa onerosa eventualità, fra le ipotesi di intervento proposte da vari Governi nel corso degli anni, e caldeggiate da molti consumatori, c’è il taglio delle accise. Ma quanto incidono effettivamente le ‘tasse’ sul carburante in Italia e negli altri Paesi europei?

Per ogni litro di benzina si versano 0,73 euro di tasse 

Secondo Facile.it, si escludono i Paesi Bassi, dove le accise sono pari a 0,79 euro al litro, è il nostro Paese a vantare le accise sulla benzina più alte d’Europa: si tratta infatti di 0,73 euro per ogni litro di benzina erogato. Di fatto in Italia le accise contribuiscono a poco meno della metà del prezzo finale della benzina, e se a queste si aggiunge l’Iva, si arriva a oltre la metà del costo riportato alle pompe dai benzinai. Dopo l’Italia, la classifica dei Paesi europei con le accise sulla benzina più alte d’Europa prosegue con la Finlandia e la Grecia a parimerito, dove pesano per 0,70 euro ogni litro, mentre appena fuori dalla top five si piazzano la Francia, con 0,68 euro al litro, e la Germania, con 0,65 euro al litro.

Siamo al primo posto per le accise sul diesel: 0,62 euro per ogni litro

Per quanto riguarda il diesel, invece, il nostro Paese è quello con le accise più alte. Si tratta infatti di 0,62 euro per ogni litro di carburante. Sul secondo e sul terzo gradino del podio si trovano rispettivamente il Belgio, con 0,60 euro di accise al litro, e la Francia, con 0,59 euro.

In Bulgaria le accise sono circa la metà di quanto rilevato in Italia

Al contrario, riferisce Adnkronos, sia per quanto riguarda la benzina sia per il diesel, è la Bulgaria il paese che detiene il primato dello Stato con le accise più basse di tutta Europa. In Bulgaria infatti si spendono rispettivamente 0,36 euro e 0,33 per ogni litro, circa la metà di quanto rilevato in Italia da Facile.it.

Nel 2021 il mercato cybersecurity in Italia raggiunge 1,55 miliardi

È un vero e proprio boom per il mercato della cybersecurity, che in Italia nel 2021 raggiunge un valore di 1,55 miliardi di euro, il 13% in più rispetto al 2020.
Un ritmo di crescita mai così elevato, con il 60% delle grandi organizzazioni che prevede un aumento del budget destinato alle attività di sicurezza informatica. 
Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection della School of Management del Politecnico di Milano, il rapporto tra spesa in cybersecurity e Pil resta però limitato (0,08%), e all’ultimo posto tra i Paesi del G7, ma l’Italia insieme al Giappone è l’unica nazione a non aver registrato una diminuzione nel corso dell’ultimo anno. In ogni caso, il mercato italiano di cybersecurity è composto per il 52% da soluzioni come Vulnerability Management e Penetration Testing, SIEM, Identity and Access Management, Intrusion Detection, Data Loss Prevention, Risk and Compliance Management e Threat Intelligence, e per il 48% da servizi professionali e servizi gestiti.

Il 31% della spesa è dedicata a Network & Wireless Security 

Gli aspetti di security più tradizionali continuano a coprire le quote maggiori del mercato, con il 31% della spesa dedicata a Network & Wireless Security, ma gli aumenti più significativi riguardano Endpoint Security e Cloud Security. Con le nuove modalità di lavoro, la protezione dei dispositivi continua a essere un elemento cruciale e l’adozione di applicazioni e piattaforme Cloud rende necessaria una specifica attenzione a questo ambito. La dinamicità del mercato viene poi confermata sul lato offerta dalle 13 operazioni straordinarie di acquisizione, aggregazione e quotazione che hanno riguardato 24 realtà italiane di servizi e soluzioni in ambito security, per un giro d’affari pari a diverse centinaia di milioni di euro.

L’organizzazione della sicurezza informatica in azienda

Dopo anni in cui l’organizzazione della cybersecurity è stata pressoché cristallizzata, nel 2021 cresce di 5 punti la presenza formale del responsabile della sicurezza informatica. Il presidio è oggi affidato nel 46% delle imprese italiane al ChiefInformation Security Officer, che nella maggioranza dei casi riporta alla Direzione IT (34%) e ha un team dedicato a supporto nel 78% dei casi. Il 58% delle imprese poi ha definito un piano di formazione strutturato sulle tematiche di cybersecurity e data protection rivolto a tutti i dipendenti, mentre l’11% si è focalizzato sulla formazione di specifiche funzioni più a rischio. 

La gestione del rischio

Nel 30% dei casi sono state realizzate azioni di sensibilizzazione meno strutturate e sporadiche, mentre solo nell’1% non sono del tutto previste attività di formazione.
Il Covid-19 ha comunque lasciato uno strascico negativo nell’approccio al rischio cyber, aumentando la difficoltà nell’adottare una visione olistica e strategica.
Se il numero complessivo di aziende che lo affrontano rimane invariato (38%), diminuiscono dell’11% quelle che lo gestiscono in un processo integrato di risk management. Aumentano invece le organizzazioni che lo trattano come un rischio a sé stante all’interno di una singola funzione (49%).

Natale e Capodanno 2022: record per l’export agroalimentare Made in Italy

Un record storico: la proiezione della Coldiretti su dati Istat del commercio estero relativa al mese di dicembre 2021 registra un aumento a doppia cifra per il valore delle esportazioni dei prodotti tipici del Natale. Dallo spumante (+29%) ai panettoni (+25%), fino al caviale Made in Italy, che con un +146% segna un boom sui mercati internazionali, nel periodo delle festività di Natale e Capodanno l’export alimentare Made in Italy ha raggiunto 4,4 miliardi di euro, l’11% in più rispetto allo scorso anno.

Sulle tavole di tutto il mondo si festeggia con lo spumante italiano

Sempre più gettonate sono anche le paste farcite tradizionali, come i tortellini (+4%), o i formaggi italiani, che registrano un aumento in valore delle esportazioni del 12%, o ancora prosciutti, cotechini e salumi (+12%). Ma a guidare la classifica di questo Natale all’estero è lo spumante italiano, che traina l’intero settore dei vini, per i quali si segnala complessivamente un aumento del 15%.
Del resto, le vittorie ‘in trasferta’ dell’agroalimentare tricolore non si contano più, dalla crescita della birra italiana (+10%) nella Germania dell’Oktoberfest a quella del caviale (+150%) nella Russia del beluga.

Un successo che spinge il valore dell’intera filiera

Un trend che dimostra come il settore agroalimentare sia uscito dalla crisi generata dalla pandemia più forte di prima, tanto da raggiungere a fine anno il record storico nelle esportazioni con una quota di 52 miliardi, il massimo di sempre. Il successo dell’export spinge anche il valore complessivo della filiera agroalimentare, che nel 2021, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, è diventata la prima ricchezza dell’Italia, per un valore di 575 miliardi di euro e un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.

I prodotti alimentari italiani valgono quasi un quarto del Pil nazionale 

Il risultato è che il Made in Italy a tavola oggi vale quasi un quarto del Pil nazionale, riporta Adnkronos, e dal campo alla tavola vede impegnati 4 milioni di lavoratori in 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari, oltre 330 mila realtà della ristorazione e 230 mila punti vendita al dettaglio. Una rete diffusa lungo tutto il territorio che viene quotidianamente rifornita dalle campagne italiane, dove stalle, serre e aziende hanno continuato a produrre nonostante le difficoltà legate al Covid, garantendo le forniture di prodotti alimentari non solo sulle tavole degli italiani, ma in tutto il mondo.

Nel 2021 gli acquisti biologici online crescono del 67%

Gli acquisti di prodotti bio continuano a crescere, sia sul mercato interno, con un valore di 4,5 miliardi di euro (+234% rispetto al 2008), sia sui mercati internazionali, dove il valore dell’export bio italiano sui mercati esteri si attesta a 2,9 miliardi di euro (+671% rispetto al 2008). E il 2021 ha consolidato i già positivi risultati del 2020, con un’ulteriore crescita del 5% in un solo anno. Insomma, sono sempre più numerosi gli italiani che scelgono il biologico, 23 milioni di famiglie che consumano prodotti alimentari bio, 10 milioni in più rispetto al 2012. Secondo l’Osservatorio Nomisma, le performance più brillanti riguardano le vendite online veicolate dalla grande distribuzione, la Gdo, tanto che nel 2021 questo canale ha raggiunto una dimensione pari a 75 milioni di euro, segnando una crescita del 67% in un solo anno. Un ulteriore balzo che conferma lo sprint registrato ai tempi del lockdown.

La pandemia spinge il bio nell’e-grocery

A cambiare radicalmente le abitudini di consumo degli italiani è stata infatti la pandemia. Rispetto allo stesso periodo 2019, le vendite bio nell’e-grocery sono cresciute del +214% durante il periodo di lockdown, e tra maggio e agosto 2020 le vendite di alimentari bio hanno continuato a correre (+182%, rispetto allo stesso periodo 2019) fino alla conferma registrata nel 2021 (+67%). Per questo motivo, FederBio Servizi e Nomisma Digital hanno deciso di unire le forze per sostenere l’intero settore biologico italiano, lanciando il progetto e-BIO, una piattaforma di servizi in grado di rispondere alle esigenze di sviluppo degli strumenti e delle strategie di e-commerce delle aziende biologiche, riporta Askanews.

Cogliere le opportunità presenti sul canale e-commerce

“L’aumento dei consumi bio, la crescente attenzione degli italiani verso i temi di salute e sostenibilità e le nuove opportunità derivanti dalle politiche rivelano una sfida che le aziende del mondo biologico devono riuscire a cogliere europee – spiegano i promotori -. Il settore del biologico ha infatti delle specificità che vanno tenute presenti se si vogliono cogliere appieno le opportunità che oggi sono presenti sul canale e-commerce e che possono essere intercettate pienamente solo avendo una approfondita conoscenza del prodotto, del mercato, del consumatore e del processo di vendita online”.

La transizione digitale delle imprese agroalimentari è un asset imprescindibile

La mission di e-BIO è quindi quella di supportare il sistema agroalimentare italiano e i suoi attori per cogliere pienamente le opportunità di sviluppo delle produzioni biologiche, riferisce il Sole 24 Ore.
“Il canale e-commerce diventa un asset sempre più strategico – commenta Silvia Zucconi, responsabile market intelligence Nomisma -: il trend positivo continuerà anche nei prossimi anni considerata la progressiva crescita degli acquirenti online e le caratteristiche del profilo del consumatore bio. La transizione digitale delle imprese agroalimentari diventa così un asset imprescindibile”. 

Italiani e pasta, la passione diventa “alternativa

I grandi amori sono per sempre, e tra questi non si può non annoverare anche la passione per la pasta. Che il rapporto fra gli italiani e il primo piatto più famoso del pianeta sia stretto, strettissimo, è un dato assodato. Ora però si scopre che sono sempre di più le persone interessate a scoprire nuovi tipi di pasta, le cosiddette “alternative” percepite come salutari o con precise caratteristiche. Fatto sta che nell’ultimo periodo l’80% delle persone ha provato almeno una volta un tipo di pasta alternativa, mentre un italiani su 5 (pari al 18%) la mangia abitualmente. L’ultimo report in merito ai consumi di pasta è firmato da Everli, il marketplace della spesa online, che ha approfondito il rapporto degli abitanti dello Stivale con la pasta, analizzandone i consumi e investigando il loro approccio verso quelle “diverse”, ovvero quelle che non sono la pasta all’uovo, di semola di grano duro e ripiena. Dal report di scopre anche che i principali fan di nuovi tipi di pasta sono soprattutto le donne – che rappresentano più della metà (60%) – di cui il 58% ha 25-39 anni. Tuttavia, per ora, gli italiani preferiscono continuare a mangiare tradizionale e alternativo, senza fare distinzioni nette fra i diversi tipi di pasta e soprattutto senza rinunce.

La preferita? Di semola e corta

Ma qual è la pasta prediletta dai nostri connazionali? Non ci sono dubbi: è quella di semola e corta. Nello specifico, se si guarda al ranking delle 10 province in cui nel 2020 si è speso di più per l’acquisto di pasta, fanno eccezione solo Biella, Bolzano e Lodi, dove ravioli e tortellini la fanno da padrone –seconda scelta questa invece per quasi tutte le restanti province, fatta eccezione di Caserta, dove sono gnocchi e la pasta “alternativa” a chiudere il podio. Curioso notare che solo 3 province su 10 (L’Aquila, Sondrio e Pescara) inseriscono tra le prime tre preferenze di acquisto anche la pasta di semola lunga. Anche quando si guarda alle paste non-tradizionali,  vince sempre quella corta. Considerando, infatti, i 10 prodotti più comprati dagli italiani, la tipologia di pasta “alternativa” più apprezzata è quella integrale (8 su 10) e corta (7 su 10). Chi non opta per l’integrale è perché compra pasta gluten free oppure pasta di mais e riso (sempre senza glutine).

Perchè si sceglie l’alternativa

Quali sono le ragioni che portano gli italiani a consumare pasta alternative? Per una gran parte(49%) la motivazione è la curiosità,  ma per un’altra larga fetta di consumatori i motivi sono ben ponderati e frutto di scelte personali consapevoli. Infatti, i consumatori tricolore pensano che la pasta “alternativa” sia più sana di quella tradizionale (35%), più digeribile (31%) e che possa contribuire ad aumentare l’apporto di fibre (23%); inoltre, viene considerata un alimento “amico” della linea, scelto da oltre 1 consumatore su 10 (13%) che desidera perdere peso. 

Luce e gas: bollette più salate, ma con il mercato libero si risparmia

Le bollette di luce e gas sono tra le spese che più pesano sul budget delle famiglie italiane. Per mettersi al riparo dalle variazioni che scatteranno per chi si avvale delle tariffe del mercato tutelato conviene valutare il passaggio al mercato libero, approfittando delle offerte a prezzo fisso proposte dagli operatori. Di fatto, secondo il bilancio di Facile.it, nel 2020 la bolletta dell’energia elettrica ha raggiunto in media 505,40 euro, ovvero il 7,5% in più rispetto al 2019. È andata meglio sul fronte del gas, dove nonostante i lockdown i consumi sono rimasti stabili, e, gli italiani hanno potuto beneficiare del calo delle tariffe spendendo, in media, 734,30 euro. Per questo motivo, a parità di consumi, e guardando alla miglior tariffa del mercato libero, secondo le simulazioni di Facile.it una famiglia potrebbe risparmiare fino al 16% per la bolletta elettrica e fino al 13% per quella del gas.

Da ottobre tariffe aggiornate

Nel 2020 complessivamente tra luce e gas gli italiani hanno speso 1.239,71 euro a famiglia, sicuramente una cifra leggermente più bassa rispetto ai 1.378,38 euro del 2019, il timore però è che per il 2021 possa essere molto più salata. Le tariffe sono infatti aumentate nella prima parte dell’anno, così come i consumi, e i prezzi potrebbero lievitare ulteriormente nei prossimi mesi.
“Il primo ottobre le tariffe energetiche verranno aggiornate e il rischio di un maxi aumento è concreto, se si considera che ormai da mesi stiamo assistendo a una crescita importante del costo delle principali materie prime energetiche”, spiega Mario Rasimelli, managing director utilities di Facile.it.

In Sardegna si consuma più energia elettrica
La spesa per la luce non è però omogenea su tutto il territorio nazionale, e i dati su base regionale fanno emergere significative differenze. Considerando che il prezzo dell’energia sotto regime di tutela è uguale in tutte le aree del Paese, la differenza del peso della bolletta quindi è legata unicamente ai consumi. E al primo posto per consumi e spesa di energia elettrica si posiziona la Sardegna, dove nel 2020 il consumo medio a famiglia sotto regime di tutela corrispondeva a un costo totale di 584 euro (+15,6% rispetto alla media nazionale. Al secondo posto si posiziona invece il Veneto, con 542 euro.
Le regioni dove i consumi sono stati più contenuti, sono la Valle d’Aosta (399 euro), e la Liguria (430 euro).

In Trentino consumi e tariffe del gas più alti

Quanto al gas, sotto regime tutelato il prezzo varia a seconda delle aree del Paese. Il peso della bolletta, quindi, è frutto sia dei consumi sia delle tariffe previste dall’area di residenza. 
Dall’analisi dei contratti di Facile.it il Trentino-Alto Adige è la regione dove i cittadini hanno pagato il conto più alto nel 2020 (935 euro l’anno a famiglia), seguito da Emilia-Romagna e Piemonte (entrambe 931 euro). Al contrario, le regioni dove nel 2020 le famiglie hanno speso meno per il gas sono la Campania, con “solo” 631 euro, la Puglia, (641 euro), e il Lazio (678 euro).

Case Vacanza, il mercato torna crescere. Cortina la meta più cara

Buone notizie per il comparto delle case vacanza: la domanda sia di acquisto si di locazione, infatti, sta ritornando a crescere dopo lo stop forzato del 2020. E sette agenti immobiliari su dieci confermano il trend rilevato dalle stime, come riporta l’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico di Fimaa (Federazione italiana mediatori agenti d’affari). con la collaborazione della Società di Studi Economici Nomisma. 

L’andamento dei prezzi delle seconde case

Nel 2021 il prezzo medio per l’acquisto di un’abitazione nelle località turistiche in Italia si attesta a 2.730 euro al mq commerciale, con una tendenza dei prezzi di vendita delle case per vacanza in aumento del +3,1% su base annua e un campo di oscillazione compreso tra -1,2% e +5,5%, mettendo in evidenza un deciso recupero dopo la battuta di arresto dello scorso anno (-0,8% su base annua). Per le abitazioni top nuove nelle località turistiche, le quotazioni medie si attestano su valori che superano i 3.700 euro al mq (con un range di oscillazione dei valori medi tra 2.900 e 4.200 euro al mq); per le abitazioni centrali usate i valori medi oscillano tra 2.110 e 3.160 euro al mq, mentre per le abitazioni periferiche usate si mantengono tra 1.520 e 2.200 euro al mq.

Le località italiane più costose

In cima alla classifica delle principali località turistiche, per quanto riguarda i prezzi massimi di compravendita di appartamenti top o nuovi, troviamo anche quest’anno una destinazione montana. Cortina d’Ampezzo (BL) si posiziona in vetta alla classifica con valori che raggiungono i 13.500 €/mq, superando Madonna di Campiglio (Tn) con 13.000 €/mq. In terza e quarta posizione vi sono due destinazioni marittime, ovvero Forte dei Marmi (LU) e Capri (NA), rispettivamente con un prezzo per abitazioni di 13.000 €/mq e 12.500 €/mq. In quinta posizione Courmayeur (AO) con un valore di 11.000 €/mq, arretrando rispetto allo scorso anno, e Santa Margherita Ligure (GE) che con un valore di 10.500 €/mq mantiene la stessa posizione del 2020.

I valori delle locazioni estive

E per quanto riguarda il mercato delle locazioni? Quali sono i costi e quali le richieste dell’utenza? Il report specifica che nelle destinazioni turistiche italiane il canone medio settimanale ordinario (valore di massima frequenza per un appartamento con camera matrimoniale, cameretta, cucina e bagno, 4 posti letto spese incluse) è di quasi 500 euro per il mese di giugno, 710 euro per luglio e 930 euro per agosto.

Gli italiani? I più magri d’Europa

Non è certo un segreto che in tutta Europa, come è accaduto già negli Stati Uniti, stia aumentando in maniera significativa il numero delle persone in sovrappeso. Tanto che oggi, stando alle stime, circa la meta degli europei ulti sorpassa (e in certi casi anche di molto) il peso forma. 

Più “oversize” in poco tempo

I numeri di questo confronto con la bilancia è frutto di analisi di Eurostat. Secondo i dati raccolti, nel 2019 gli abitanti adulti dell’Ue dal peso corretto erano il 45% della popolazione. Di tutti gli altri, la percentuale di oversize è significativa: poco più della metà (53%) è stato considerato sovrappeso (36% pre-obeso e 17% obeso) mentre poco meno del 3% sottopeso. I dati sono stati misurati in base all’indice di massa corporea (Bmi): si tratta di una misura che relaziona peso e altezza e stabilisce in maniera abbastanza precisa la quantità di grasso corporeo. 

Più grandi, più in carne

Ad eccezione degli ultrasettantacinquenni, più anziana è la fascia di età, maggiore è la quota di persone in sovrappeso: la quota più bassa si registra tra i 18-24enni (25%), mentre quelli tra i 65 e i 74 anni hanno la quota più alta (66%). Nella stessa fascia di età si presenta anche il maggior numero di persone obese. Esiste anche una correlazione tra sovrappeso e livello di istruzione: la percentuale di persone in carne diminuisce all’aumentare dello stato socio-culturale. Infatti la percentuale di adulti in sovrappeso tra coloro con un livello di istruzione basso si attestava al 59% nel 2019, era del 54% tra quelli con un’istruzione media e del 44% per gli adulti che possono vantare un livello di istruzione elevato. Anche la condizione di obesità diminuisce con la scolarizzazione: le percentuali sono del 20% fra adulti con basso livello di istruzione, del 17%  con medio e dell’11% fra gli adulti con una alta scolarizzazione. 

Quota più alta di adulti in sovrappeso in Croazia e Malta, più bassa in Italia

I dati sono tutti contenuti nella European Health Survey pubblicata da Eurostar, che periodicamente misura lo stato di salute e l’utilizzo dei servizi sanitari dei cittadini dell’UE. Il rapporto mostra che la percentuale di adulti in sovrappeso varia tra gli Stati membri dell’UE, con le quote più elevate registrate in Croazia e Malta, dove il 65% degli adulti risultava in sovrappeso nel 2019.  Al contrario, le quote più basse sono state registrate in Italia (46%), Francia (47%) e Lussemburgo (48%). 

Quali rumori ci sono mancati durante la pandemia?

La musica live dei concerti, il rumore delle posate al ristorante, gli applausi dei teatri: quali sono i “rumori” che più ci sono mancati in questo anno e mezzo di pandemia? Tra lockdown e vita casalinga, molti suoni a cui eravamo abituati e che caratterizzavano i momenti di svago sono quasi scomparsi dalla nostra vita. Secondo una ricerca diffusa da Jabra e condotta da Censuswide in dieci nazioni, Italia compresa, a più di un anno dall’esplosione della pandemia molte cose che “prima erano normali ora sembrano un lontano ricordo”. E tra queste anche alcuni rumori.

La top 5 dei suoni che suscitano nostalgia

Stando ai risultati della ricerca la musica live dei concerti (65%), gli spruzzi d’acqua e le risate intorno a una piscina (60%), i rumori di posate in una cena al ristorante (58%), gli applausi dei teatri (56%), il tipico rumore dei bar e dei pub (53%) sono i suoni che più suscitano nostalgia, e che maggiormente ci sono mancati in questi lunghi mesi di restrizioni.

Cambia il modo di fruire la musica 

In particolare, riguardo la fruizione della musica, il focus sull’Italia ha fornito un quadro interessante delle abitudini del campione degli intervistati a seconda del genere, l’età e la provenienza geografica. Dall’inizio della pandemia il 27% degli uomini, ad esempio, ha infatti dichiarato di avere aumentato l’ascolto dei Podcast (26,13% le donne), e tra questi la fascia di età che più ha contribuito all’incremento è quella che va dai 16 ai 24 anni (36,36%).

Aumenta l’ascolto della radio, soprattutto in Liguria

Esponenziale per l’Italia è anche la crescita della fruizione della radio, con una quota pari al 41,30% per gli uomini e il 40,28% per le donne, e con la fascia di età 25-34 a guidare il range (46,50%), riporta Adnkronos. E la regione che ha visto maggiormente aumentare l’ascolto della radio è la Liguria (60.87% del campione).  Più contenuti i dati relativi agli Audio books, e la percentuale degli uomini che ne ha aumentato l’ascolto è del 17,98%, mentre è del 19.25% quella delle donne. La musica live però manca “molto” al 45,71% del campione, e “abbastanza” al 31,33% degli intervistati. Per il “massimo grado di nostalgia” prevalgono le donne, pari al 49,71% contro il 41,70% degli uomini, e per tutte le fasce che vanno dai 16 ai 54 anni per la voce “molto” la percentuale ha una media che sfiora il 50%.